Incontrai Claudio qualche anno fa. Non ricordo che mese fosse, ma di sicuro era domenica. Spalmati sul divano di casa, io e papà ci chiedevamo perché Spalletti avesse schierato Perrotta al posto di Aquilani, che in quel periodo godeva di uno stato di forma invidiabile.
Attorno alle 15 e 20, con la partita ancora inchiodata sullo zero a zero, il peso malandrino del sonno, aiutato dai peperoni al forno che mia madre aveva servito per pranzo, mi chiuse le palpebre.
Una panchina.
Ero seduto su una di quelle panchine di legno verniciate di verde che riempiono i tanti giardini che danno a Roma qualche boccata di ossigeno. Il rumore del vento era interrotto solo dalle urla di un gruppo di bambini che giocava a pallone pochi metri più in là. Accanto a me sedeva un tizio sulla cinquantina avvolto in un impermeabile nero di pelle. Sotto un cespuglio di capelli brizzolati leggeva concentrato un libro di Federico Moccia.
Non faticai a riconoscerlo. Ero seduto proprio accanto a Claudio Baglioni.
Non mi diede nemmeno il tempo di pensare se era o meno il caso di chiedergli un autografo, o di interrogarlo su qualcuno dei suoi album. Fu lui a parlare per primo.
“ Che ti guardi, Paolo?”
“ Veramente io... volevo…”
“ Non mi interessa di quello che volevi. Non ti firmo un cazzo. Guardami… tanto non ti piaccio che in questo sogno pidocchioso mi stai facendo leggere un libro di Moccia. Che cazzo pensi? Che scrivendo canzoni d’amore posso soltanto leggere Moccia?”
“ Ma dai, Claudio… da qualche anno ti ho anche rivalutato…”
“ Rivalutato? Preferisci me o De André?”
“…”
“ Appunto. Me o De Gregori?”
“ Beh… Francesco. Però lo sai quello che devo a De Gregori…”
“ Quello che devi?!? E quello che devi a me? Ti ricordi quando ballavi “E tu” con quella tua compagna delle medie?”
“ Ma chi Francesca P?”
“ Bravo. Beh… se avessi provato a toccarle il culo, a lei avrebbe fatto piacere.”
“ Eh… ho capito, Claudio. Ma io mica glielo ho toccato.”
“ Ed è colpa mia se sei deficiente? Non l’ho mica inventato io il libero arbitrio. E poi quando hai cantato “Amore Bello” al karaoke in quella serata in spiaggia a Fregene. Non è proprio quella sera che hai conosciuto tua moglie?”
“ Sì, Claudio.”
“ Allora Paolo? Devi più a me che ho scandito i tempi di 30 anni di vita sentimentale o ai menestrelli di una rivoluzione che riesci ad ammirare solo da lontano? Perché alla rivoluzione vera, quella fatta con calci e pugni, non ci credi nemmeno tu.”
“ Questo non lo so.”
“ E’ così. Sono le mie canzoni a parlare di te. E invece per tutti questi anni mi hai sempre schernito. Persino in pubblico. Quella volta con quella compagna d’università… quella Abruzzese…”
“ Già. Dicevamo che con “Cuore di aliante” hai ucciso il mito del viaggio”
“ Che stronzi.”
“ Però Claudio, dai, quando avevo dodici anni… eri il mio cantante preferito.”
“ Infatti a dodici anni eri molto meglio di come sei adesso.”
“ …”
All’incalzare dei rimproveri di Claudio il ponentino si fece più intenso. Una pallonata mi colpì in piena nuca. E, voltando la testa, mi accorsi che uno dei bambini era identico a Perrotta.
Pieno di meraviglia tornai cosciente. Mio padre urlava di gioia. A pochi minuti dalla fine del primo tempo il giocatore calabrese aveva sbloccato il risultato in uno dei suoi generosi inserimenti.
Soltanto adesso avevo capito l’importanza della mossa di mister Spalletti. Arrivo sempre un po’ in ritardo sulle cose. Chissà perché.
Tommasino corse forte, senza nemmeno respirare. Aveva i bronchi pieni di nebbia ed il naso intirizzito dal freddo. Da quando c'era la guerra nessuno si occupava più dei campi attorno a Reggio; i contadini che non erano stati precettati dai tedeschi erano scappati in montagna, lasciando la campagna in balia dell'incuria e degli sbalzi d'umore delle piogge d'autunno.
Sicuro che nessuno gli fosse più alle costole, dopo aver corso per due ore buone, si sdraiò a terra stremato. La città non era troppo lontana e, anche se la fuga dai nazisti lo aveva costretto a deviare parecchio rispetto al percorso che il Capitano Dominici aveva programmato, qualche ora di riposo gli avrebbe certamente fatto bene.
Guardandosi intorno, vide all'orizzonte la sagoma di un vecchio casolare. Un buon rifugio, pensò. Si avvicinò a passi lenti; nessun crucco, nessun compagno. La zona sembrava pulita.
Il sollievo per aver salvato la pelle, tuttavia, era disturbato dall'immagine di Marcello accerchiato dai tedeschi. Perché la guerra aveva scelto di prendersi un grand'uomo come lui? Con il suo carisma avrebbe potuto diventare parlamentare, magari ministro. Altro che un poveraccio come Tommasino.
Ma, ad interrompere tutti questi pensieri, arrivò una canna di fucile. Fredda e spietata, gli premeva sui capelli proprio dietro alla nuca. Evidentemente la zona non era affatto pulita. Era stato braccato. La missione, i documenti, i compagni, forse anche la vita. Tutto finito, kaputt.
Il soldato iniziò a sbraitare in tedesco e Tommasino alzò d'istinto le mani lasciando cadere il pacco con i viveri e i documenti. Lui a stento sapeva l'italiano e stava tremando come una foglia. Avrebbe voluto spiegarglielo, ma non ebbe il tempo.
Dal casolare arrivò un colpo di fucile, che si piantò proprio in mezzo alla fronte del crucco, che crollò a terra come un sacco di patate. Guardandolo bene in faccia, si rese conto che non aveva nemmeno vent'anni. Cazzo, per la seconda volta in poche ore la sorte aveva deciso di lasciarlo in vita.
A savlargli il culo era stato Gennaro, un avellinese emigrato in Emilia per fare il bracciante. Dopo la guerra si era arruolato nelle brigate partigiane e da qualche giorno era asserragliato dentro a quel casolare. Sparava con il fucile a tutti i tedeschi che passavano a tiro.
Passarono insieme le due ore successive, provando a cacciare il freddo con qualche bicchiere di rosso. Parlarono della guerra, di Togliatti e della moglie di Gennaro. Lavorava in una sartoria in città ed era incinta di quattro mesi. Se fosse nato un maschio lo avrebbero chiamato Carmelo, come il nonno.
Tommaso arrivò a Reggio la notte successiva, portando il pacco ai ragazzi della brigata, che piansero insieme a lui l'amara perdita del Capitano Dominici.
"Carmelo nacque qualche mese dopo, con un parto podalico. Per questo, anche oggi, i campani che si sono trasferiti qui lo chiamano "'o stuorto". Dicono che faccia una pizza niente male. Lo sapevi, Dani?"
Eri un americano in Italia? O un italiano in America? C'eri? Ci facevi? Ma dove è caduta poi la signora Longari? E Loretta Goggi? E Antonella Elia? Ma poi, tra Fiorello e Berlusconi c'è tutta questa differenza?
Nel bene e nel male giriamo pagina. Ci si vede, partigiano.
Quando viaggio, la mia prima regola è scegliere una guida del posto. Due anni fa, con un paio di telefonate mi misi d'accordo con Karim. Al telefono mi era sembrato un ragazzo piuttosto sveglio e il prezzo che aveva proposto mi era sembrato onesto. Proprio un colpo di fortuna, pensai.
L'appuntamento era per mezzogiorno. Il sole picchiava piuttosto duro e mi ero riparato nell'angusto cono d'ombra di una vecchia tettoia. Dopo diverse ore con lo zaino sulle spalle, avevo la schiena completamente fradicia e provavo ad asciugarmi il sudore della fronte con qualche fazzolettino di carta.
Karim si presentò un po' in ritardo. Anche se era giorno di mercato e la strada era piena di gente, non faticò a riconoscermi. Infatti ero l'unico occidentale con il cranio rasato nel raggio di centinaia di metri.
Per cominciare la visita della città mi guidò tra i banchi del mercato. Non aveva niente da invidiare a quello di Istanbul e a quello di Baghdad, sosteneva lui. Mezz'ora più tardi, dopo aver comprato un tappeto e mezzo chilo di pistacchi, eravamo seduti su un muretto a mangiare un panino con il kebab e a organizzare i giorni a venire con l'aiuto della mappa della città. Il mio viaggio era iniziato nel migliore dei modi. C'era qualcosa, tuttavia. Un dettaglio scomodo che aveva colpito un angolo della mia mente e che si era messo di traverso, impedendomi di gustare completamente il mio primo giorno di vacanza e il mio panino.
Alzai la testa dalla cartina. A pochi metri dal nostro muretto, un tipo tarchiato e calvo ci guardava fisso mentre giocava con un coltello a serramanico, passandoselo dalla mano destra alla mano sinistra. Cazzo, era da più di venti minuti che ci stava seguendo. Con una gomitata leggera richiamai l'attenzione della mia guida.
"Karim, ho la netta impressione che quel tipo ci stia seguendo."
Alzò la testa, lo guardò e mi disse.
"Cazzo, scappa,cazzo!!!"
Ci alzammo subito dalla panchina e corremmo in direzione del mercato. Era grosso, ma era anche veloce, il bastardo. La gente del mercato ci guardava curiosa, ma era troppo abituata a questo tipo di regolamenti di conti per darci una mano. Tra gli odori di carne arrostita, i veli azzurri sulla testa delle signore e le radio che trasmettevano l'orazione del muhezzin, scappavo più velocemente che potevo cercando di non perdere di vista Karim, che conosceva quelle strade come le sue tasche. II nostro inseguitore non aveva nessuna intenzione di lasciarci andare ed io, con lo zaino addosso e sotto alla morsa asfissiante del caldo di Agosto, avevo quasi perso tutto il fiato. Ci aveva quasi preso, cazzo. Mi aveva quasi preso.
Karim gridò tra la folla
"La metro. Seguimi. La metro."
Una scalinata, nascosta dietro uno dei banchi, fu la nostra via di fuga. U-Bahn, c'era scritto sopra il passaggio. Due ragazzi che trasportavano un grosso scatolone rallentarono il nostro calvo inseguitore che ci perse di vista per qualche decisivo secondo.
Grazie a Dio il treno passò subito. Io e Karim saltammo sù al volo. Eravamo salvi.
"Scusa" mi disse "Sua figlia incinta. Sono stato io."
"Tranquillo. L'importante è che ci siamo salvati."
"Allah Akbar, mein freund. Allah akbar."
Mentre il treno correva veloce nei sotterranei di Berlino, l'altoparlante annunciò:
... giusto per comunicare che il mio racconto Dolce e nera è tra i finalisti per la sezione racconti del concorso "Le Fenici" organizzato dall'editore Montag di Tolentino. Questo implica che veerrà pubblicato sulla raccolta omonima. E le pubblicazioni, si sa', danno sempre un certo gusto.
Ed è un piacere ancor più grande sapere che sarò pubblicato assieme al mio sodale Mannich, anche lui finalista al concorso.
Le contaminazioni mi hanno sempre attratto. I miscugli, le differenze, gli "A+B" portano sempre a risultati interessanti. Perciò io e l'amica blogger Demonglam abbiamo deciso di scrivere un racconto pulp a 4 mani. Lei è decisamente più avvezza al genere, io mi sono prestato e ... ce lo palleggeremo. Inizio io.
Una notte al Liver Phoenix
Quando varcammo la soglia del Liver Phoenix erano da poco passate le undici. Il locale era ancora semivuoto e dietro al bancone il cameriere ci accolse con un sorriso sdentato mentre lucidava i bicchieri con un panno giallastro.
“Potete accomodarvi ai tavoli. Lo spettacolo inizierà tra poco meno di un’ora. Cosa vi porto nel frattempo?”
Io ordinai un White Russian e KC prese un Martini.
Era parecchio teso KC, dietro ai suoi occhiali di plastica nera. Quello lì non era proprio il suo ambiente. Studiava al MIT, componeva musica elettronica e gli piaceva il sushi. Una specie di alieno, insomma. Ma quell’alieno era il nipote del Reverendo e il mio compito per quel fine settimana era regalargli qualche ora di svago.
“ Fagli girare la città, qualche locale, che ne so… fallo scopare un po’. Quello pensa solo allo studio … è ora che si faccia un po’ uomo che a stare attaccato alle gonne di mia sorella mi diventa un coglione, mio nipote”
Era stato chiaro, il Reverendo. E fargli vedere Juicy che si spogliava infiammando il parterre del Liver mi era sembrato il modo migliore per svezzarlo un po’ dal seno caldo del MIT.
Lo spettacolo iniziò un po’ prima di mezzanotte. Nel frattempo il locale si era riempito con un campione piuttosto vario di umanità. Colletti bianchi, camionisti, gangster, sfigati, travestiti. Gente così, insomma.
Il sipario si aprì mentre dalle casse Lou Reed cantava Venus in Furs ripetitivo e sensuale come monaco buddista. Sopra il palco avevano allestito un grosso letto a baldacchino con le lenzuola di raso rosso su cui Juicy iniziò strusciare il sedere pochi secondi dopo la sua entrata in scena. Portava un vestito nero molto stretto. Lo spacco, che partiva dall’attaccatura del reggiseno, lasciava intuire che questa mattina aveva dimenticato di infilare le mutandine. Il pubblico del Liver era già in estasi.
Quando mi voltai a guardare KC, mi accorsi che stava sudando. Tolse gli occhiali e asciugò la fronte con un salviettino. Avevo ragione. Una così, al MIT, non la avrebbero nemmeno fatta entrare.
Contemplando quei fianchi abbronzati che ondeggiavano al ritmo ossessivo dei Velvet Underground, la platea era completamente ipnotizzata. Nessuno parlava, nessuno beveva, nessuno osava alzarsi dai tavoli.
Juicy continuò il suo show scendendo felina dal palco. Si avvicinò lenta ad un asiatico calvo in giacca e cravatta, seduto poco distante da me e KC. Gli sorrise ed iniziò ad accarezzargli la testa. Il cinese, in uno stato emotivo molto vicino al Nirvana, impugnò un lembo del vestito nero e lo tirò via. Il pezzo di stoffa si staccò facilmente, lasciando ancora più scoperto il corpo sinuoso di Juicy. Sulla parte interna, con inchiostro dorato, c’era stampato un 4.
Spiegai a KC le regole del gioco preferito dei frequentatori abituali del Liver. Juicy non amava spogliarsi da sola; piuttosto si faceva togliere pezzo per pezzo il suo vestito composto da striscie rimovibili e numerate. Il fortunato che riusciva a staccarle di dosso il numero 13, poteva incontrarla dopo lo spettacolo nel suo camerino. Offrirle da bere, parlarle un po'. E magari, allungandole una mancia adeguata, saltare tutte quelle cazzate e metterle direttamente le mani addosso.
Di solito, gli suggerii, il 13 è sempre sul lato destro.
Dall'abito nero di Juicy si erano già staccati il 7 il 2 e il 14 quando, conitnuando lentamente a ballare, si fermò al nostro tavolo. Annusò l’imbarazzo di KC, che faceva di tutto per evitare il suo sguardo. Dopo diverse carezze, il nipote del Reverendo si convinse a giocare. Schiacciato dall’eccitazione e dalla paura, seguì il mio consiglio e staccò un pezzo dal lato destro.
Bingo. Era la striscia numero 13.
Realizzata la situazione, KC mi guardò come per chiedermi aiuto, io allargai le braccia e dopo aver bevuto un altro goccio gli improvvisai un sorriso.
Completamente investito dal traffico dei suoi ormoni e da tutto quel profumo di femmina, mai assaporato così da vicino, KC fu sorpreso dalla morsa della nausea. Dalla sua bocca partì un getto di vomito che colpì in pieno Juicy, coprendo di macchie giallastre la sua pelle unta e lucida e quello che rimaneva del suo vestito nero.
Questo piccolo capolavoro al vetriolo (pluripremiato qualche anno fa) provoca e graffia senza cedere alla tentazione di uscire dalle righe. Un cazzotto ben assestato a tutta quella Roma bonacciona, borghese, impiegatizia e fascistoide (e giudaica, almeno nelle vicende del libro) che mi ha coccolato nel suo liquido amniotico fino ai 24 anni.
Forse un po' ridondante in alcuni passaggi, ma scritto davvero da dio.
"Con le peggiori intenzioni" di A. Piperno, Ed. Mondadori, 290pg
Mentre, in una pigra mattina pugliese, discutevo con mio suocero nel suo garage, un vicino (lo chiamerò A.) fa capolino dalla porta. In una mano porta una bottiglia d'acqua, nell'altra un foglio di carta. La sua faccia, invece, tradisce tutta la sua fierezza.
Mi racconta che ha costruito da qualche giorno un pozzo indipendente nel giardino (l'acquedotto del paese non è proprio un gran che) e che ha appena ritirato i risultati delle analisi per la "sua" acqua. Nel frattempo consegna a mio suocero la bottiglia e a me i risultati delle analisi, fatte in un laboratorio accreditato in un paese vicino.
Mentre leggo mi chiedo se sa che lavoro faccio o se me le fa leggere solo come motivo di vanto, come la bella pagella di un figlio studioso.
Data una scorsa alle analisi, mi rendo conto che l'analisi batterica dei coliformi è nettamente superiore ai limiti decretati dalla legge per l'acqua potabile.
Quando glielo faccio notare, A. minimizza. Dice che è anche il dottore (medico?) che ha fatto le analisi se n'è accorto e che la contaminazione batterica è imputabile al suo cane che si è messo a leccare il rubinetto da cui l'acqua è stata prelevata (!!!!). Sottolinea anche che dalla stessa falda prendono acqua diversi pozzi indipendenti della zona.
Io faccio buon viso a cattivo gioco, anche per non ferire l'orgoglio maturato dopo tutto il lavoro per la costruzione del pozzo.
Nel frattempo, però, chiedo ad una amica biologa se è possibile che la saliva del cane sia vettore di coliformi. Lei mi risponde di no. I coliformi (tra cui Escherichia Coli) si trasmettono con le feci. E, anzi, se ingeriti possono dare forti problemi intestinali all'organismo umano.
Quindi, a meno che non si sia dilettato in pratiche sessuali con il rubinetto, il povero cane è innocente.
Invece A., con le sue bottiglie distribuite al vicinato, avrà tanta, tanta merda sulla coscienza.
Mi divincolai dalla morsa di Morfeo quando le luci del Casinò di Sanremo avevano lasciato il posto a quelle pigre della prima parte del mattino. Avevo la bocca impastata, le gambe pesanti ed un fortissimo mal di testa. Quest’ultimo causato sia dall’enorme quantità di alcool ingerita prima di addormentarmi (una Vodka, una bottiglia di Vino, due Birre, un calice di Champagne, due Cognac, Amen), sia dalle due ore di sonno passate seduto su uno sgabello con la tempia appoggiata sul muro.
“ Signore deve andare. La sala da gioco ha chiuso un’ora fa’.”
La vecchia signora che mi rimproverava con un marcato accento genovese passava lo spazzolone tra le roulette e le macchine del videopoker. Con la sua espressione corrucciata e le sue spalle curve, sembrava portare il peso di tutto quel mondo frivolo, fatto di champagne e di soldi facili, che aveva animato quelle sale fino a qualche ora prima.
“ Me ne vado. Me ne vado subito. Scusi tanto. E’ stata una serataccia.”
“ Vuole che la compatisca? Quanto ha perso? Mille? Duemila?”
“ Duemila e Cinquecento.”
“ Ne vedo tanti come lei. Fate i bastonati come se aveste perso per colpa di qualcun altro. Che ci venite a fare qui a San Remo? E’ il Casinò che vince sempre.”
“ Mah… signora.. è una storia lunga.”
“ Bah.. che non son mica fatti miei. Tanto lo so già che tornerà. Lei ha la faccia di quelli che tornano.”
“ Non credo che tornerò. Beh.. la saluto.”
“..’giornata.”
“ Speriamo.”
Mi alzai dallo sgabello e aggiustai lo smoking che avevo affittato per l’occasione. Tra lo Chemin de Fer, il noleggio dell’abito, i drink, la benzina e tutto il resto, la trasferta sanremese mi era costata più di tremila euro. Praticamente due stipendi mensili.
Andai verso il bagno per lavarmi la faccia, ma quando infilai le mani in tasca trovai una sorpresa. Piatta e rotonda, una fiche da 50 euro era sopravvissuta alla debacle appena consumata e riposava beata dentro ai bei pantaloni neri del mio abito di lana leggera.
Il corridoio delle Slot Machines era vicino alla toilette per signori. Tutte le macchine erano spente, tranne una. Strano, pensai. Esitai un secondo davanti alla porta e mi guardai intorno. Proprio in quell’istante uscì dal bagno un tizio pelato che si fermò un istante davanti a me e sorrise. Lo guardai fisso mentre si allontanava verso l’uscita.
Con la mano destra sprofondata nella tasca toccavo il bordo della mia amichetta rotonda. Una sola fiche rimasta, una sola macchina accesa. No, pensai. Non può essere un caso. Mi voltai veloce e imboccai il corridoio.
Tirai la leva e rimasi ipnotizzato per qualche secondo davanti ai mille baluginii tipici delle Slot, con buona pace del mio mal di testa. Le quattro ruote iniziarono a girare. La prima si fermò su un Limone.Anche la seconda mi mostrò un limone. Così come la terza e la quarta.
Cazzo, avevo vinto. Fanculo allo Chemin de Fer, alla sbronza, alla notte passata sullo sgabello, mi dissi. Avevo fatto Jackpot!
Dopo qualche clic e un paio di jingle, la macchina iniziò a vomitare pezzo per pezzo una montagna di fiche che prese forma sul pavimento sotto ai miei piedi. Erano così tante che per raccoglierle fui costretto a chiedere una busta alla reception.
L’ufficio cambi aprì puntuale alle dieci di mattina. La mia vincita circa quattrocentomila euro, cifra che compensava ampiamente gli spiccioli che avevo perso la sera prima. L’addetto, dopo avermi chiesto i documenti e dopo avermi accolto con un sorriso molto liquido, mi ringraziò per la visita a Sanremo e mi consegnò i contanti in un borsa di tela sintetica con lo stemma del casinò stampato con inchiostro dorato.
Presi i soldi, andai a passi rapidi verso il parcheggio, pronto ad affrontare il viaggio di ritorno sulla via Aurelia, costeggiando il Tirreno. Sarei rientrato a Roma da vincitore, come quei condottieri che avevano costruito la vecchia consolare. Immaginavo corone di alloro e archi di trionfo schiudersi davanti al trionfatore di Sanremo e al suo malloppo.
Ritrovata la mia macchina nel parcheggio infilai di nuovo le mani nel vestito. Merda, le chiavi. Frugai e rifrugai in ogni tasca dello smoking, nella borsa dei soldi e nella mia valigetta. Niente.
Provai allora ad aprire comunque la macchina per controllare se, per la fretta di iniziare a giocare, le avevo lasciate dentro, attaccate al cruscotto. La portiera si aprì al primo tentativo. Le chiavi erano, effettivamente, attaccate al cruscotto. Che cretino, pensai. Per fortuna non l’avevano rubata.
Quando provai a farla partire una valanga d’acqua ghiacciata spense tutti i miei facili entusiasmi e tutta la mia fretta di tornare a casa col malloppo.
“Belin… tutti uguali quelli come lei. Nessuno, dopo una notte al casinò, rimane con una fiche in tasca. Possibile che non se l’è chiesto?”
Era una voce che avevo sentito qualche ora prima. L’accento, poi, mi toglieva ogni dubbio.
Sul sedile posteriore della mia Audi sedevano la signora delle pulizie genovese, ancora in divisa e l’uomo calvo che era uscito dal bagno. Entrambi impugnavano una pistola. Mi intimarono di consegnargli sia i soldi che l’automobile..
Qualche ora più tardi, quando riuscii ad andare al commissariato per denunciare l’accaduto, la polizia mi raccontò che il pelato era il marito della genovese. I due, nel frattempo, avevano già varcato il confine italofrancese a Ventimiglia.
La polizia mi raccontò che avevano fatto lo stesso colpo a Capione d’Italia. Lui era un vecchio tecnico della SIP, ora in pensione. Dopo la chiusura del Casinò manometteva una Slot Machine, senza scardinare la scatola con le fiche. Lei, che faceva le pulizie, trovava un pollo ubriaco qualsiasi e gli metteva una fiche in tasca, sottraendogli le chiavi dell’auto.
Lo sventurato faceva il resto. Vinceva alla slot truccata e cambiava i soldi dando i suoi dati all’ufficio cambi. Loro, che erano rimasti anonimi come due fantasmi, lo braccavano proprio sull’auto. Gliela rubavano e passavano il confine per godersi i soldi in Costa Azzurra.
Una sola fiche, una sola Slot Machine accesa, No, pensai. Non era un caso. Per niente.