la comunicazione è una buffonata
... rovistando in mezzo alla cacca non di rado capita di trovare qualche perla...
Scritto da:
cagomega3 alle ore 21:05 |
link |
commenti | categoria:
musica,
televisione
" Il problema era solo mio. Vivevo tirata da due parti e nessuna era la mia. Da una parte quelli che facevano politica e dall'altra quelli che giocavano a bowling. Agli uni non parlavo degli altri e viceversa. Tenevo i mondi ben divisi, ma io non si capiva dove stavo. Forse semplicemente non stavo. Ero Assente."

Scritto da:
cagomega3 alle ore 19:21 |
link |
commenti (1) | categoria:
parole di altri
A casa di Isobel Giuseppe mi stava aspettando da un po’. La sua intervista era stata una delusione. I membri della band erano già troppo drogati per rispondere in modo sensato alle sue domande da purista della Brit music.
“ Oh.. Piè… l’hai preso il libro?”
“ Sì .. l’ho preso… grazie..”
“ Embè?!... Orgoglioso del feticcio?”
“ Veramente Giuseppe... non so come dirtelo.. sono mortificato ma credo che tu abbia preso un granchio.”
“ Granchio? Che granchio?”
“ Quello nella foto a pagina 120 vicino a Morrissey non sono io..”
“ Ma che dici! È impossibile”
“ Guarda che ne sono certo!”
“ Non è possibile. Tira fuori il libro.”
“ Ecco.. vedi! Non sono io. Io non portavo i capelli così. E poi il viso chiaramente non è il mio.”
“ Ah Piè… ma che stai dicendo! I capelli hai smesso di rasarli all’università perché non piacevano a Valentina.. eppoi sei tu! È chiaro! Poi mi ricordo perfettamente di quella maglietta rossa attillata”
“ Si vero. Avevo quella maglietta. Ma penso l’abbiano posseduta anche altri. L’ho comprata a Londra, dopotutto.”
“ Si questo è vero. Ma cavolo quello SEI TU! È assurdo che tu riesca a negarlo. Mi ricordo perfettamente che nessun altro è salito sul palco.”
“ Forse eri ubriaco anche tu. Quello NON SONO IO!”
“ E invece sì! Mi sono svegliato accanto a quella faccia da baccalà per due mesi di seguito… saprò riconoscerla, no?”
“ Hai preso un granchio Giusè… dovrai ammetterlo prima o poi…”
La discussione proseguì per un po’, ma non se ne venne a capo. Ancora oggi, quando rivedo Giuseppe, quella foto resta una questione aperta, senza che nessuno dei due abiuri la sua posizione.
Passai i restanti due giorni a Londra su ritmi lenti. Giuseppe mi portò ad assaporare il vero spirito della città, o almeno quello che lui era riuscito a cogliere dopo tante settimane di permanenza. Isobel e Steven, invece, non furono di grande compagnia, troppo impegnati nella loro vita sociale nella upper class per perdere tempo con due scemi come noi. Nonostante la loro assenza, tuttavia, ci divertimmo un sacco. E il sapore che il divertimento lascia nella bocca di un quarant’enne è dolce e persistente come quello del cocco.
Giuseppe mi riaccompagnò a Stansted in treno. Fu un viaggio pieno di silenzi, specchio di quanto malvolentieri ci stavamo separando.
All’aeroporto ci salutammo con un abbraccio, senza spendere troppe parole sulla malinconia del nostro commiato.
“ … e comunque, fai vedere quella foto a Valentina…”
“ Mi sa proprio che mi darà ragione.”
“ Vedremo.. buon viaggio amico mio…”
Valentina mi accolse agli arrivi internazionali con il suo sorriso rotondo. Mentre sfrecciavamo sul raccordo con la sua Twingo gialla le raccontai ogni sfumatura del mio viaggio, ma decisi di aspettare a parlarle del libro. Volevo raccogliere il suggerimento di Giuseppe, lasciandole vedere la foto senza influenzarla.
Arrivati a casa poggiai la biografia di Morrissey sul tavolo del salone aprendo proprio alla pagina incriminata, aspettando che fosse lei a parlare.
Scrutò la foto aggrottando le ciglia:
“ DAI! Quanto sei buffo co ‘sti capelli. Sembri un pupetto! E poi, tutto sommato, non sei tanto ingrassato quasi per niente con l’età, dovresti andarne fiero!”
Non ebbi il coraggio di dirle che non ero io ad essere stato catturato da quello scatto. Oppure, se lei e Giuseppe avevano ragione, che in quell’immagine non ero assolutamente in grado di riconoscermi.
Quando andammo a dormire chiusi gli occhi cercando di diradare le nubi che avevano in qualche modo turbato il mio viaggio a Londra. Non importava chi fosse il ragazzo in quella foto e non c’era bisogno di cercare un altro Pietro.
E mentre venivo catturato, per l’ennesima volta in quindici anni, dal profumo dei capelli di Valentina mi accorsi che, nonostante tutto, ero ancora capace di sorprendermi.
Scritto da:
cagomega3 alle ore 19:58 |
link |
commenti (8) | categoria:
racconti
ecco la seconda parte su tre
Andai la mattina presto in macchina a Ciampino con Valentina e dopo averle dato un bacio sulla guancia corsi a imbarcarmi su un volo a basso costo. Destinazione Stansted.
Trovai Giusepe ad aspettarmi agli arrivi. Il suo look alternativo attraeva molti sguardi, come sempre. Devo concedergli che nonostante gli anni siano passati anche per lui non smette di occupare il suo posto nel mondo in modo naturalmente carismatico.
Mi sistemai dagli stessi amici che lo ospitavano ogni anno. Isobel e Steven erano due architetti con una ricercatissima casa minimalista nella zona dei Docks, verso Greenwich.
Era molto tempo che non mi capitava di parlare inglese con un madre lingua e bastarono dieci minuti di conversazione con Isobel per riaprirmi gli occhi su quanto avessi trascurato la mia fluency. Il suo naso si arricciava ogni volta che arrotolavo una R. Con quell’accento e una mazza da baseball avrei sarei stato perfetto per una piccola parte nei Sopranos.
A Camden andai il pomeriggio stesso, con la Metro. Giuseppe non poteva accompagnarmi perché doveva intervistare un gruppo punk rock per la rivista di musica alternativa con cui collaborava saltuariamente. Il percorso del treno accompagnava a ritroso lo scorrere del Tamigi verso il centro di Londra. Non conoscevo bene la zona dei Docks, anche perché era stata urbanizzate piuttosto di recente.
Oltre ai nuovi edifici mi colpì la mia immagine riflessa sulle vetrate della metro. Quel ragazzo di 19 anni che litigò con suo padre per passare due mesi a Londra non c’era più. Forse, più che il libro o un paio di giorni in compagnia di Giuseppe, era proprio lui che stavo cercando in questo viaggio. Quella parte di me ancora capace di sorprendere e di sorprendersi eclissata dal buon senso e dalla responsabilità da oramai troppo tempo.
La libreria non distava molto dalla fermata della Circe Line e la mappa che aveva disegnato Giuseppe era (stranamente) piuttosto precisa. Aprii con un po’ d’imbarazzo la porta a vetri, accompagnata dal cuono di tre campanelli. Era un locale piuttosto angustoin cui l’ammasso informe di libri sembrava togliere spazio anche all’ossigeno.
Cercai la sezione musicale in modo piuttosto goffo, senza successo.
Un commesso effeminato col cranio rasato mi guardò sorridendo.
“You must be Pietro. Aren’t you?”
“Yes… ehm… I am.”
Mi spiegò che Giuseppe aveva comprato una copia del libro e la aveva fatta conservare per me alla cassa. Dopo che il commesso mi diede il pacchetto ci intrattenemmo per una mezz’ora discutendo se il miglior disco degli Smiths fosse “Hartful of Hollow” o “Strangeways Here We Come”. Ci salutammo convenendo che sarebbe stato comunque impietoso decretare, tra i due album, un perdente.
Mentre tornavo in treno a Greenwich l’impazienza prese il sopravvento e decisi di scartare il libro. Il titolo era “Morrissey, An Illustrated Biography” e dietro la copertina c’era una dedica di Giuseppe.
Il fratello che la natura non mi ha dato me lo sono preso con la forza. Gli ho regalato i miei 3 minuti di celebrità documentati in questo libro…
PS Pulciaro a chi?
Scorsi le pagine cercando la mia foto passando veloce sugli anni dell’adolescenza di Morrissey e sui fasti degli Smiths. Arrivato alla pagina che mi riguardava mi resi subito conto che c’era qualcosa che non andava.
La foto era grande e i soggetti erano ben distinguibili. Si vedeva metà del chitarrista, probabilmente un session man. Si vedeva Morrissey girato di spalle. Era riconoscibilissimo lo scenario caratteristico del pub australiano. E si vedeva un ragazzo alto che evidentement, che baciava Morrissey. E, per quanto mi sembrò incredibile, era evidente che non si trattava di me. Chiusi il libro col cuore mangiato dalla delusione.
Come aveva potuto, Giuseppe, commettere un tale errore? O forse era uno scherzo?
Rimasi inebetito a fissare ancora il mio riflesso sui vetri del treno, meditando sulla delusione delle aspettative di qualche minuto fa.
Il Pietro che cercavo in quel libro forse non era mai esistito. Sì, forse cercavo una giustificazione per la vita grigia che stavo vivendo. Un passato tanto meraviglioso quanto mistificato avrebbe addolcito il sapore un po' del presente. E in quella foto avrei trovato il mio totem. La prova da dare al mondo che c’era stato un Pietro migliore. E che era stata la vita a logorarlo. E l’immagine di quel quarantenne riflessa sui vetri mi ricordava che sarebbe stato troppo comodo dare la colpa dei miei cambiamenti alla vita. Perché tanto, lei, non avrebbe mai potuto rispondere.
Scritto da:
cagomega3 alle ore 21:24 |
link |
commenti (2) | categoria:
racconti
ebbene... ecco un racconto un po' più lungo. Lo posterò in due o tre parti. è la prima volta che mi allungo così e non nascondo le difficoltà a gestire i ritmi di una prosa più lenta. spero che, tutto sommato, il racconto sia gradito ai pochi aficionados di questo blog.
Quando Baciavo Morrissey
“Stai seduto?”
“No…”
“E allora mettete a sede.”
Giuseppe esordiva sempre così nelle telefonate in cui doveva dirmi qualcosa di assolutamente sorprendente. Almeno dal suo, spesso discutibile, punto di vista.
Quel Mercoledì pomeriggio, quando squillò il telefono, stavo accompagnando la signora Antinucci alla porta dello studio legale per cui lavoravo. La assistevo in una causa contro un vicino di casa per le dimensioni del suo balcone. Oltre che come consulente legale, tuttavia, mi sfruttava come psicologo, consigliere e padre confessore. La ricompensa, oltre alla parcella che naturalmente veniva versata allo studio, era il privilegio di assaggiare in anteprima tutti i suoi dolci. Portava qualcosa ad ogni appuntamento e questo rendeva un po’ più piacevoli gli interminabili minuti passati con lei.
Congedata con un cenno del capo la signora Antinucci tornai nel mio ufficio e chiusi la porta per ascoltare in privato le ultime malefatte di Giuseppe.
“ Che hai combinato?”
“ Aho.. indovina dove sto?”
“ Spara…”
“ Sto a Londra.”
“ Caspita che novità… oramai conoscerai ogni mattonella. Quando passi sotto a Buckingham Palace la regina ti saluta con la mano.”
“ Ma mica vado a Buckingham Palace. Vabbè, dai.. non ti ho chiamato per questo”
“ Sentiamo allora….”
“ Mezz’oretta fa stavo facendo due passi a Camden e mi sono rifugiato in una libreria perché aveva cominciato a piovere. Ho cominciato a rovistare tra gli scaffali e, nella sezione musicale, ho trovato una chicca… una biografia fotografica di Morrissey!”
“ Figata… l’hai comprata?”
“ Aspetta… insomma indovina che foto ho trovato spulciando tra le pagine?”
“ Boh.. che ne so… quella dal video di This Charming Man con i gladioli nelle tasche dei Jeans?”
“ Ma che dici! Quella è strafamosa! No, no.. prova ad andare indietro nel tempo… 1988 … primo concerto di Morrissey da solista in quel pub australiano…”
“ Certo che mi ricordo.. Noi eravamo lì!”
“ E tu eri ubriaco.. e riuscisti ad evadere la sorveglianza”
“ E cavolo sono salito sul palco!!”
“ E prima che ti tirassero giù di peso Morrissey ti ha baciato sulla guancia…”
“….”
“ Ebbene Pietro, la tua foto è finita in una biografia di Morrissey.”
“ Non ho parole…”
“ Lo credo bene! Sono IO che ti ho trascinato a quel concerto, IO che ho sempre amato gli Smiths, IO che ti ho registrato tutti gli album. E i feticci toccano a te… che destino balordo!”
“ Vabbè… ma il libro l’hai comprato, vero?”
“ No che non l’ho comprato!”
“ Come!?”
“ La foto è tua e te lo vieni a prendere, se lo vuoi.”
“ Maddai, come faccio con Valentina ed Andrea…”
“ Sempre con questa scusa che tieni famiglia… ti dovrai scrostare da Roma prima o poi…”
“ Dai non mi mettere alla prova..”
“ Certo che ti ci metto. Se vuoi il libro prendi l’aereo e te lo vieni a comprare. Io non te lo prendo… anche perché costa 40 pound.”
“ Sei il solito pulciaro.”
“ Eddai vieni a trovarmi così passiamo un po’ di tempo insieme… e poi a Londra, come ai vecchi tempi!!”
“ Vabbè vediamo se riesco ad organizzarmi. Adesso scappo che devo andare in tribunale.”
“Ciao. Mi raccomando”.
Affrontai il solito viaggio in motorino da Via Crescenzio al tribunale di Piazzale Clodio con la testa parecchio affollata. Pensavo a Giuseppe, a come le nostre vite segnate da scelte così profondamente diverse, fossero rimaste così intimamente legate. Dopo cinque anni di liceo da compagni di banco io decisi di non deludere le ambizioni di mio padre e scelsi di studiare Giurisprudenza. Lui, che ha sempre avuto la testa più calda della mia, prese Lettere. Io sposai Valentina subito dopo essermi laureato. Lui, che si gode la vita da single alla soglia dei 40, fa il professore alle superiori e passa a Londra, ospite di amici, almeno un mese tutti gli anni.
Ma oltre la distanza abissale tra le vite che abbiamo scelto di vivere è confortante sapere che, nonostante tutto, basta alzare la cornetta per scoprire che Giuseppe c’è e che il suo affetto per me, come il mio per lui, non si è affievolito nemmeno per dieci minuti.
Mentre sfrecciavo accanto alle Mura Vaticane ricordavo anche quel viaggio a Londra e quel concerto che hanno cementato così tanto la nostra amicizia. Pensavo che infondo sarei tornato volentieri e che sarebbe stato il primo viaggio all’estero dopo parecchi anni, ma pensavo anche che mi dispiaceva lasciare Valentina da sola a Roma con Andrea. Diventare padre ha accresciuto e giustificato quel naturale senso di responsabilità che mi porto dietro da quando ho più o meno quattro anni.
Mentre parcheggiavo il motorino a Piazzale Clodio decisi che sarei partito.
Valentina avrebbe capito… dopotutto chi, se non lei…
E fu così.
Scritto da:
cagomega3 alle ore 06:32 |
link |
commenti (4) | categoria:
racconti
Mi è capitato di riflettere, nelle ultime ore, come alcuni album sembrano composti per essere ascoltati esclusivamente dopo il tramonto.
Ci pensavo proprio ieri mentre sfrecciavo sulla Frosinone-Sora tra le dieci e le undici ascoltando Turn on the Bright Lights degli Interpol.
Se avessi avuto una divisa meccanizzata bianca e nera mi sarei senz'altro arruolato con Dart Fener.

Scritto da:
cagomega3 alle ore 09:25 |
link |
commenti (2) | categoria:
musica
Ora che quella porta si chiude dietro alle mie spalle per l’ultima volta ho la sensazione di essere immerso in un bagno d’ovatta. Sono troppe le cose che lascio lì dentro e, forse, è meglio che le senta lontane mentre scendo le scale. Lei con i suoi profumi e le sue liturgie, l’amore per la sua casa pulsante, la nostra intimità sempre educata, la malinconia riflessa dai suoi drammi, i sorrisi forzati ai suoi amici d’ottone, le parole che spiegavano tutto, i silenzi che ci davano di più. Ciò che ora voglio sentire più lontano, però, è il suo sguardo che mi condannava senz’appello alla perfezione. Forse è proprio il peso del non poter sbagliare che sta muovendo i miei passi lontano dalla sua casa e mi sta riportando da quei limiti naturali che volevo nasconderle. Sotto ai suoi occhi ho sempre provato a comprimerli, affaticando i muscoli ed incallendo le mani in una lotta innaturale durata mesi che non può altro che vedermi sconfitto.
Ma per qualche ora, adesso, prima dell’abbandono all’indolenza voglio disperdere ogni mancanza nella città che pulsa. Mi nasconderò nelle pieghe con cui la storia ha segnato il suo viso di marmo ed il suo ventre d’asfalto. In questo fiume d’umanità imperfetta è più facile mantenersi invisibili, svestirsi di sé, abbandonare in un armadio i vestiti eleganti del protagonista per tornare libero di fare la comparsa. Mischiarmi con la folla, tra l’odore di plastica negli autobus arancio ed il rumore della pioggia che percuote arzilla le tettoie, togliendo peso alla goffaggine dei miei comportamenti e ai disastri causati da mia ogni azione. Nelle braccia morbide ed indulgenti di quella meretrice di marmo ed asfalto che mi fa da madre potrò tornare bambino e riprendermi quella libertà di sbagliare che lei, senza volerlo, mi ha rubato.
Scritto da:
cagomega3 alle ore 06:50 |
link |
commenti (9) | categoria:
racconti
"... oggetti che avevano bisogno di una casa e tali da evocare, con un pizzico di immaginazione, echi di pigri pomeriggi estivi in estive dimore in riva all'acqua.
Ogni volta che sto fisso in un posto, il posto diventa un mare di libi e carte e letti sfatti e indumenti gettati qua e là. Ma la torre è un posto dove ho sempre lavorato bene e con la testa sgombra, d'inverno e d'estate, di giorno e di notte - e i posti dove lavori bene sono quelli che ami di più."

Scritto da:
cagomega3 alle ore 16:18 |
link |
commenti (1) | categoria:
parole di altri
Quando mio padre se ne andò da casa la mamma decise che saremmo andati a vivere dai nonni. Il trasferimento dal traffico di Corso Francia alla loro casa di campagna sulla via Tiberina fu difficile da digerire. Per abituarmi al silenzio, agli insetti, alle ore sui mezzi pubblici per andare a scuola e alla convivenza con le abitudini di due settantenni ci vollero mesi. Senza contare che la fuga di mio padre fu improvvisa e dolorosa come un pugno allo stomaco.
Il trasferimento in campagna, però, ebbe anche dei lati positivi. La nostra nuova casa aveva un giardino considerevolmente grande, almeno agli occhi di un ragazzo che aveva speso tutti i suoi quindici anni di vita in città. Con poche centinaia di metri a piedi, poi, si poteva raggiungere la sponda settentrionale del Tevere. Era confortante passare il pomeriggio davanti al fiume; lasciava uno spiraglio anche alla nostra brutta situazione, sai, la partenza improvvisa di papà, i pianti di mamma e tutto il resto. L’acqua del Tevere mi ricordava che la vita sarebbe andata avanti, nonostante tutto.
Il dono più prezioso in quei mesi fu la riscoperta di mio nonno, che avevo sempre considerato una persona piuttosto grigia. Passava intere giornate a coltivare la terra, a curare il suo carrubo, oltre ai peri e ai cilegi che coi loro frutti gli davano la possibilità di arrotondare un po’ la pensione. Ritornare a vivere in campagna, come quando da bambino abitava nella bassa bergamasca, lo aveva investito di un’energia nuova tanto che lo sentivo molto più vicino di mia madre, che passava invece le giornate divisa tra il lavoro e la cucina, esorcizzando con le lacrime il fallimento del suo matrimonio almeno un paio di volte al giorno.
A volte io e il nonno facevamo qualche scambio con il pallone, abbozzando una porta tra il carrubo e una sedia bianca da giardino. Vederci giocare probabilmente rendeva l’idea di quanto il gioco del calcio fosse cambiato negli ultimi qurant’anni. Mio nonno giocava sulle punte e, come tutta quella generazione che aveva visto giocare Suarez, toccava la palla con piedi di velluto e chiffon. Io, cresciuto nell’epoca post sacchiana, giocavo a testa alta provando sempre a toccare la palla di prima.
Credo che, più o meno consciamente, il nonno volesse rimpiazzare quella figura paterna che era stata fonte di tanto disorientamento e di tanta delusione. Lo aiutavo a costruire il pergolato sopra al tavolo da pranzo che aveva progettato per far contenta la nonna (che si preoccupava molto di quel suo arrampicarsi) e a pulire il prato dai frutti del suo carrubo.
Non ho mai capito perché l’unico albero del giardino che non dava frutti commestibili era quello che aveva più a cuore. Il carrubo al centro del giardino, tuttavia, era il primo albero che mio nonno amava mostrare a tutti gli ospiti che venivano a visitarci. Passava pomeriggi interi arrampicato su una scala, noncurante dei rimproveri e della ansie di mia nonna, a spargere il solfato di rame sulle sue foglie.
Da quando poi il giardiniere che gli dava una mano disse che il carrubo era malato le sue attenzioni per quella pianta si erano addirittura moltiplicate. Quando passavo vicino alla scala per chiedergli di giocare a pallone lo sorpresi addirittura a parlarci, un paio di volte.
Un giorno, poi, le preoccupazioni della nonna si rivelarono profetiche e il nonno volò giù dalla sua scala da giardino. Si fece male parecchio. Frattura di entrambi i femori, dissero i dottori. Parecchi mesi di letto e almeno altrettanti di riposo totale, perché in fondo, come diceva la nonna, non era più un ragazzino ed era arrivata l’ora che certe cose le facesse qualcun’ altro al suo posto.
Per mio nonno fu difficile restare lontano da quella terra e da quegli alberi che a settant’anni gli avevano restituito l’entusiasmo. Mia madre continuava a piangere e mia nonna sostituì le preoccupazioni per un marito imprudente a quelle per un marito malato. Io iniziai ad andare un po’ più spesso a riflettere lungo il fiume a pensare che anche quella situazione saremmo usciti.
A risentire di più della convalescenza di mio nonno fu il carrubo. La sua malattia, che fino ad allora non era evidente per un profano della botanica, iniziò ad essere palese. Ad Ottobre il marciume del legno del tronco, con l’aumentare della pioggia, era sempre più visibile ed anche qualche pezzo di ramo aveva iniziato a cadere insieme alle foglie.
Un paio di mesi dopo la caduta di mio nonno il giardiniere decise che era il caso di abbatterlo perché avrebbe potuto contagiare gli altri alberi, con conseguenze negative sul raccolto di pere e le ciliegie che contribuivano a portare un po’ di soldi a casa. Nessuno ebbe il coraggio di dirlo a mio nonno. Ancora non si era per niente ripreso dalle fratture e nessuno voleva dargli una notizia così brutta in un periodo così delicato.
Ci interrogavamo tuttavia su cosa raccontargli per spiegare il rumore della motosega durante l’abbattimento. Il carrubo, infatti, era piantato a pochi metri dalla finestra della sua camera da letto e lui avrebbe sicuramente sentito. Alla fine non fu necessario inventare balle.
Un infarto si portò via mio nonno la notte precedente all’abbattimento del carrubo. Questo allungò l’agonia dell’albero di un paio di settimane dato che per rispetto del morto il giardiniere aveva deciso di non fare tutto quel casino con la motosega. Penso che se mio nonno lo avesse saputo ne sarebbe stato contento.
Con mia nonna che aveva iniziato a piangere insieme a mia madre, rimasi a chiedermi dove e con chi, adesso, avrei potuto fare due scambi col pallone.
Scritto da:
cagomega3 alle ore 20:30 |
link |
commenti | categoria:
racconti
"I think I need to find a bigger place...
cause when you have more than you think, you need more space.
Society, you're a crazy breed.
I hope you're not lonely, without me."

Scritto da:
cagomega3 alle ore 19:12 |
link |
commenti (2) | categoria:
musica,
parole di altri