“ …ci deve essere stato un disguido perché non potrei mai sopportare di dover dormire qui dentro.
L’odore di detersivo a basso costo impregna ogni maiolica di questa camera e sta spingendo il mio olfatto al limite della sopportazione. Tutto sembra molto lucido qui, anche troppo.
Devono aver lavato i pavimenti da poco o forse stanno ancora finendo. In effetti una ragazza in bianco sta ancora armeggiando per la stanza. E’ lei che sta pulendo, è sicuro. Ha quarant’anni e un fisico minuto che esplode in una bocca piccina e carnosa. Non mi guarda perché probabilmente ha un marito pieno di capelli che l’aspetta a casa insieme a due bambini. Non mi va di parlarle. Aspetterò che abbia finito di rassettare prima di espormi con le lamentele direttamente alla reception.
E’ proprio incredibile come pretendano di farmi dormire in mezzo a questo casino. Dobbiamo essere vicini alle cucine perché sono curiosi i rumori che sento e non riesco ad identificarli con esattezza. Mi sfugge poi che senso abbia quel comodino luminoso che è accanto al mio letto; probabilmente l’ha ideato un qualche arredatore in crisi creativa. Non si può certo supplire alla carenza di gusto con qualche balenio di lucette, proprio no. Mala tempora.
E la signora anziana che dorme nel letto accanto al mio? Quando ho telefonato (quando?) non mi avevano assolutamente detto che avrei dovuto dividere la stanza con una brutta vecchiaccia! Le accennerò con educazione che deve sloggiare non appena si sveglia…
Non capisco poi cosa ci faccia mia madre qui, ma poco male. Voglio dirle di portarmi via lagnandomi come quando le chiedevo il gelato. Sarà lei ad aggiustare tutto, come sempre. Stento a capire però perché i suoi occhi abbiano cominciato a bagnarsi non appena hanno incrociato i miei e perché abbia cominciato a gridare così forte. Vorrei dirle di stare calma ma proprio non riesco ad articolare la lingua. Devo aver bevuto una cioccolata troppo calda o qualcosa di simile. Che situazione irreale, probabilmente è un sogno e la sveglia suonerà tra poco….”
mi raccontarono qualche ora dopo che proprio in quel posto infernale, nella camera 219 del reparto rianimazione del San Filippo Neri, avevo dormito profondamente per due settimane di seguito.
Ancora una volta ho la faccia schiacciata sui miei limiti. Al di là di ogni miopia, al di là di ogni ottusità.
Non esiste ancora una scuola che possa insegnarci a perdere?
Il marketing non è mai stato il mio forte. Forse è proprio per questo che quando qualcosa non va, esorcizzo i bocconi amari passando un paio d’ore a zonzo in un supermercato. Ho cercato per anni di dare una spiegazione logica alla disposizione dei generi di prima necessità, ma quando mi sono accorto che lo schieramento frutta-verdura-formaggi-pane-carni-sapone-pasta-marmellata varia di posto in posto mi sono definitivamente arreso alla mia ottusità, scegliendo i supermercati come luogo d’elezione per soddisfare ogni sacrosanto bisogno di smarrimento.
Quel Venerdì sistemai la mia Toyota nell’ampio parcheggio, decantato persino dalle pubblicità alla radio, allentai il nodo della cravatta e scesi calmo dalla macchina. Anche quella volta l’incantesimo funzionò. I miei pensieri si sbriciolarono davanti alle luci e ai colori che filtravano dagli scaffali.
Prima il dovere. Una bottiglia di birra belga, qualche minuto per scegliere le zucchine, l’ammorbidente.
Poi qualche indugio. Procedere a passi lenti, ma evitando le piastrelle blu, per misurare la lunghezza del banco frigo, sempre trentadue passi. Il solito sorriso acceso alla commessa bionda, quella delle offerte speciali, che stava deliziando la clientela promuovendo il 3x2 sulle merendine con una maglia stretta color rosso acceso.
L’incantesimo si ruppe davanti alle uova. La prima faccia nota mi fece cadere il piede sulle temibili piastrelle blu. Era chiaro, quindi, che qualcosa sarebbe andato storto.
Era la signora Nagoni del quarto piano, col suo viso bitorzoluto a cui il tempo aveva aggiunto soltanto spigoli. Un sorriso sulla sua faccia aveva la frequenza di un’eclissi di sole.
“ Buongiorno, sigonra Nagoni”
“ Oh! Buongiorno.” rispose senza smussare nemmeno uno dei suoi angoli.“ Come sta?”
“ Non c’è male grazie, lei?”
“ Tiriamo avanti.” Fu dopo queste due parole che mi accorsi di aver finito ogni goccia di saliva nella bocca..
“ Suo marito? Ehm.. Manca ancora molto per la pensione?”
“ Qualche mese. Andrea sta bene? Ha imparato qualche nuova parola? ”
“ Da poco ha imparato lettino. Almeno ..ehm.. ora possiamo capire se piange soltanto perché ha sonno” Ironizzai senza convinzione.
“ Sarà contenta sua moglie.” Glissò. “Quando tornerà ad insegnare?” I contorni della signora Nagoni si fecero frastagliati e iniziai a fare parecchia fatica a mantenere fisso lo sguardo sulle sue asimmetrie.
“ Oramai aspettiamo… ehm… settembre. Non ha senso rientrare per..ehm… pochi mesi”
“ E il suo lavoro come va, bene?”
A questa domanda cedettero le ginocchia. Abbassai lo sguardo per cercare di mantenere la concentrazione, ma vidi il verde che iniziava a danzare col blu. Giravano insieme e accoppiandosi diventarono nero. Probabilmente a questo punto persi l’equilibrio, perché l’unica cosa che ricordo è un forte dolore alla testa. Che sbattè forte sul banco frigo, mi dissero poi.
Ripresi conoscenza qualche minuto dopo. I pezzi di plastica attaccati alla faccia e la corsa dell’ambulanza mi distrassero dal nulla e mi riportarono al mondo. La mia scarsa concentrazione decise di fermarsi sulle meches malfatte della sconosciuta signora che mi accudiva ai bordi della barella. Il giubbotto rosso le conferiva una certa autorità.
“ Sta tranquillo, co’ che c’hai avuto solo ‘n calo de pressione; mo’ ce penzamo noi e co un paio de analisi e tre pasticche vedi che stai come novo.”
Solo un pensiero mi accompagnò per tutto il resto del viaggio sulla barella: “Nemmeno oggi che mi hanno licenziato riuscirò a preparare una buona cena a mia moglie”.
Dopo pagine di conti non sono ancora riuscito a trovare un teorema che spieghi che è la provincia a far marcire le anime e che non si tratta semplicemente un effetto collaterale dell'età adulta.
Rimango ottimista. Tutto riesce facile se nessuno ti guarda. E questo accade solo in uno sgabuzzino vuoto o in una piazza stracolma.
Meglio darsi poca importanza. poca.