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un quasi trentenne che si arrabbatta dietro al suo tempo giocando, per vivere, con la chimica sintetica

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Testo scorrevole
Nonostante il vento Nonostante i passi Delle notti uguali che riporteranno brividi Lungo schiene ed occhi Dilatati un poco Affaticati ancora più di prima O forse come adesso, nonostante parli spesso ad alta voce e nessuno crede a ciò che dici a quel che immagini nonostante tutto io ti ascolterò quando non parli quando non mi guardi io ti vedrò lo stesso. Ti aspetterò, ti chiamerò cuore deciso Nella mente, nelle pieghe del viso Sarai da curare ancora un poco Aggiustami le spalle Che hai piegato Ritirati pure dal fianco se hai tradito Io t’amerò lo stesso.
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la comunicazione è una buffonata
lunedì, 31 marzo 2008
Libero di sbagliare
Ora che quella porta si chiude dietro alle mie spalle per l’ultima volta ho la sensazione di essere immerso in un bagno d’ovatta. Sono troppe le cose che lascio lì dentro e, forse, è meglio che le senta lontane mentre scendo le scale. Lei con i suoi profumi e le sue liturgie, l’amore per la sua casa pulsante, la nostra intimità sempre educata, la malinconia riflessa dai suoi drammi, i sorrisi forzati ai suoi amici d’ottone, le parole che spiegavano tutto, i silenzi che ci davano di più. Ciò che ora voglio sentire più lontano, però, è il suo sguardo che mi condannava senz’appello alla perfezione. Forse è proprio il peso del non poter sbagliare che sta muovendo i miei passi lontano dalla sua casa e mi sta riportando da quei limiti naturali che volevo nasconderle. Sotto ai suoi occhi ho sempre provato a comprimerli, affaticando i muscoli ed incallendo le mani in una lotta innaturale durata mesi che non può altro che vedermi sconfitto.
Ma per qualche ora, adesso, prima dell’abbandono all’indolenza voglio disperdere ogni mancanza nella città che pulsa. Mi nasconderò nelle pieghe con cui la storia ha segnato il suo viso di marmo ed il suo ventre d’asfalto. In questo fiume d’umanità imperfetta è più facile mantenersi invisibili, svestirsi di sé, abbandonare in un armadio i vestiti eleganti del protagonista per tornare libero di fare la comparsa. Mischiarmi con la folla, tra l’odore di plastica negli autobus arancio ed il rumore della pioggia che percuote arzilla le tettoie, togliendo peso alla goffaggine dei miei comportamenti e ai disastri causati da mia ogni azione. Nelle braccia morbide ed indulgenti di quella meretrice di marmo ed asfalto che mi fa da madre potrò tornare bambino e riprendermi quella libertà di sbagliare che lei, senza volerlo, mi ha rubato.
Scritto da: cagomega3 alle ore 06:50 | link | commenti (9) | categoria: racconti
domenica, 30 marzo 2008
Appendere il cappello

"... oggetti che avevano bisogno di una casa e tali da evocare, con un pizzico di immaginazione, echi di pigri pomeriggi estivi in estive dimore in riva all'acqua.

Ogni volta che sto fisso in un posto, il posto diventa un mare di libi e carte e letti sfatti e indumenti gettati qua e là. Ma la torre è un posto dove ho sempre lavorato bene e con la testa sgombra, d'inverno e d'estate, di giorno e di notte - e i posti dove lavori bene sono quelli che ami di più."

Scritto da: cagomega3 alle ore 16:18 | link | commenti (1) | categoria: parole di altri
sabato, 29 marzo 2008
Il carrubo

Quando mio padre se ne andò da casa la mamma decise che saremmo andati a vivere dai nonni. Il trasferimento dal traffico di Corso Francia alla loro casa di campagna sulla via Tiberina fu difficile da digerire. Per abituarmi al silenzio, agli insetti, alle ore sui mezzi pubblici per andare a scuola e alla convivenza con le abitudini di due settantenni ci vollero mesi. Senza contare che la fuga di mio padre fu improvvisa e dolorosa come un pugno allo stomaco.

 

Il trasferimento in campagna, però, ebbe anche dei lati positivi. La nostra nuova casa aveva un giardino considerevolmente grande, almeno agli occhi di un ragazzo che aveva speso tutti i suoi quindici anni di vita  in città. Con poche centinaia di metri a piedi, poi, si poteva raggiungere la sponda settentrionale del Tevere. Era confortante passare il pomeriggio davanti al fiume; lasciava uno spiraglio anche alla nostra brutta situazione, sai, la partenza improvvisa di papà, i pianti di mamma e tutto il resto. L’acqua del Tevere mi ricordava che la vita sarebbe andata avanti, nonostante tutto.

 

Il dono più prezioso in quei mesi fu la riscoperta di mio nonno, che avevo sempre considerato una persona piuttosto grigia. Passava intere giornate a coltivare la terra, a curare il suo carrubo, oltre ai peri e ai cilegi che coi loro frutti gli davano la possibilità di arrotondare un po’ la pensione. Ritornare a vivere in campagna, come quando da bambino abitava nella bassa bergamasca, lo aveva investito di un’energia nuova tanto che lo sentivo molto più vicino di mia madre, che passava invece le giornate divisa tra il lavoro e la cucina, esorcizzando con le lacrime il fallimento del suo matrimonio almeno un paio di volte al giorno.

 

A volte io e il nonno facevamo qualche scambio con il pallone, abbozzando una porta tra il carrubo e una sedia bianca da giardino. Vederci giocare probabilmente rendeva l’idea di quanto il gioco del calcio fosse cambiato negli ultimi qurant’anni. Mio nonno giocava sulle punte e, come tutta quella generazione che aveva visto giocare Suarez, toccava la palla con piedi di velluto e chiffon. Io, cresciuto nell’epoca post sacchiana, giocavo a testa alta provando sempre a toccare la palla di prima.

Credo che, più o meno consciamente, il nonno volesse rimpiazzare quella figura paterna che era stata fonte di tanto disorientamento e di tanta delusione. Lo aiutavo a costruire il pergolato sopra al tavolo da pranzo che aveva progettato per far contenta la nonna (che si preoccupava molto di quel suo arrampicarsi) e a pulire il prato dai frutti del suo carrubo.

 

Non ho mai capito perché l’unico albero del giardino che non dava frutti commestibili era quello che aveva più a cuore. Il carrubo al centro del giardino, tuttavia, era il primo albero che mio nonno amava mostrare a tutti gli ospiti che venivano a visitarci. Passava pomeriggi interi arrampicato su una scala, noncurante dei rimproveri e della ansie di mia nonna, a spargere il solfato di rame sulle sue foglie.

Da quando poi il giardiniere che gli dava una mano disse che il carrubo era malato le sue attenzioni per quella pianta si erano addirittura moltiplicate. Quando passavo vicino alla scala per chiedergli di giocare a pallone lo sorpresi addirittura a parlarci, un paio di volte.

 

Un giorno, poi, le preoccupazioni della nonna si rivelarono profetiche e il nonno volò giù dalla sua scala da giardino. Si fece male parecchio. Frattura di entrambi i femori, dissero i dottori. Parecchi mesi di letto e almeno altrettanti di riposo totale, perché in fondo, come diceva la nonna, non era più un ragazzino ed era arrivata l’ora che certe cose le facesse  qualcun’ altro al suo posto.

 

Per mio nonno fu difficile restare lontano da quella terra e da quegli alberi che a settant’anni gli avevano restituito l’entusiasmo. Mia madre continuava a piangere e mia nonna sostituì le preoccupazioni per un marito imprudente a quelle per un marito malato. Io iniziai ad andare un po’ più spesso a riflettere lungo il fiume a pensare che anche quella situazione saremmo usciti.

A risentire  di più  della convalescenza di mio nonno fu il carrubo. La sua malattia, che fino ad allora non era evidente per un profano della botanica, iniziò ad essere palese. Ad Ottobre il marciume del legno del tronco, con l’aumentare della pioggia, era sempre più visibile ed anche qualche pezzo di ramo aveva iniziato a cadere insieme alle foglie.

 

Un paio di mesi dopo la caduta di mio nonno il giardiniere decise che era il caso di abbatterlo perché avrebbe potuto contagiare gli altri alberi, con conseguenze negative sul raccolto di pere e le ciliegie che contribuivano a portare un po’ di soldi a casa. Nessuno ebbe il coraggio di dirlo a mio nonno. Ancora non si era per niente ripreso dalle fratture e nessuno voleva dargli una notizia così brutta in un periodo così delicato.

Ci interrogavamo tuttavia su cosa raccontargli per spiegare il rumore della motosega durante l’abbattimento. Il carrubo, infatti, era piantato a pochi metri dalla finestra della sua camera da letto e lui avrebbe sicuramente sentito. Alla fine non fu necessario inventare balle.

 

Un infarto si portò via mio nonno la notte precedente all’abbattimento del carrubo. Questo allungò l’agonia dell’albero di un paio di settimane dato che per rispetto del morto il giardiniere aveva deciso di non fare tutto quel casino con la motosega. Penso che se mio nonno lo avesse saputo ne sarebbe stato contento.

 

Con mia nonna che aveva iniziato a piangere insieme a mia madre, rimasi a chiedermi dove e con chi, adesso, avrei potuto fare due scambi col pallone.

Scritto da: cagomega3 alle ore 20:30 | link | commenti | categoria: racconti
venerdì, 28 marzo 2008
è un po' che non ascolto altro...

"I think I need to find a bigger place...
cause when you have more than you think, you need more space.

Society, you're a crazy breed.
I hope you're not lonely, without me."

Scritto da: cagomega3 alle ore 19:12 | link | commenti (2) | categoria: musica, parole di altri
mercoledì, 26 marzo 2008
Senza Filastrocche
La mia strada e quella di Elia si incontrarono solo per qualche oretta, non proprio per caso. Se non sbaglio era un sabato pomeriggio. Elia era un bambino biondo che in qualche mese avrebbe compiuto tre anni. Era, perché oggi, a distanza di anni, ha certamente assunto tutti i tratti fastidiosi caratteristici dei preadolescenti.
 
Ci incontrammo perché sua madre doveva comprare un vestito e decise di affidarlo alla zia, sua sorella Irene. Io e Irene, per qualche mese, commettemmo l’errore di scambiare la condivisione intensa dei nostri silenzi con l’amore. Passavamo lunghi pomeriggi malinconici nella sua casa alla periferia a sud di Roma ad aspettare quell’attimo di condivisione sincera e trascinante che in effetti non arrivò mai. 
 
A riempire i nostri silenzi quel sabato pomeriggio arrivò Elia, armato di una giraffa di plastica. Era un bellissimo bambino e una sfumatura maliziosa nascosta nell'azzurro dei suoi occhi lasciava intendere che anche lui ne era consapevole. Da quando entrò in casa di Irene non  ci concesse un attimo di tregua; quando smise di rotolarsi sul pavimento iniziò a tirare la coda del gatto; appena decise di  lasciarlo in pace iniziò a saltare sui cuscini del divano. Ci tenne in pugno con le sue pagliacciate fino all’ora di cena. Per cercare di placarlo cercai di tenerlo fermo sulle ginocchia per un po’ e di insegnargli una filastrocca, una vecchia filastrocca di famiglia che mia madre usa ancora per tenere a bada i pargoli, almeno per qualche minuto. Si chiama “Queste son le manine” e durante la cantilena occorre roteare le mani aperte, gesto che inevitabilmente contagia il bambino che la ascolta.
Questo trucchetto bastò per tenere Elia fermo il tempo sufficiente a sua zia per truccarsi un po'. Dopo qualche minuto tornò sua madre a prenderlo ed io ed Irene andammo al cinema a vedere un film francese.
 
Dopo aver seppellito quel ricordo sotto la cenere per qualche anno incontrai di nuovo Elia mentre dormivo qualche notte fa. Quando mia moglie, il mattino seguente, mi sorprese con lo sguardo perso nel vuoto a rimuginarci su, decisi di raccontarle il sogno.
 
“ non è niente. ho soltanto fatto un sogno strano. Ho sognato un bambino che ho conosciuto qualche anno fa… Il nipote di Irene.” Inzuppai un biscotto nella tazza.
“ Beh… nell’ unico pomeriggio in cui ho dovuto aiutare Irene ad accudirlo gli ho insegnato una filastrocca. Hai presente quella delle manine che mia madre canta più o meno a tutti i bambini che incontra? ecco, quella lì.”
“ Nel sogno mi chiedeva di insegnargliela di nuovo ed io, in effetti, lo accontentavo. Ma non appena iniziavo a provarci Elia .. ehm.. si chiamava così.. ehm...mi rimproverava perché secondo lui stavo sbagliando le parole o muovevo male le mani per accompagnare la filastrocca. … e alla fine mi sono svegliato infinitamente frustrato dalle sue lamentele.”
“Chissà cosa vorrà dire, magari posso chiedere a mia sorella…”
“Mah.. prova a chiederglielo …e già che ci stai ricordale di restituirmi quel fumetto che le ho prestato...oramai è diventato un albo d’epoca.”
 
Mordicchiando l’ultimo biscotto rimasto nella busta, lasciando con cura la parte ricca di gocce di cioccolato come degna conclusione per la colazione di quella mattina, continuai a fissare il vuoto sentendomi un po’ in colpa.
Non amo mentire a mia moglie e le rarissime volte che lo faccio non riesco mai a vivere la menzogna con tranquillità. In effetti il finale del sogno non era proprio come glielo avevo raccontato.
 
All’ennesimo rimprovero immotivato di Elia, nel sogno, decisi di ucciderlo. Ed in effetti, mi svegliai soltanto dopo averlo affogato immergendo la sua testolina bionda in una vasca da bagno a forma di gatto. Ero tranquillo mentre lo uccidevo. E’ stato un omicidio meccanico, che ho commesso con la certezza che fosse un crimine inevitabile di cui prima o poi mi sarei dovuto macchiare. Ma la vergogna di questa inevitabilità è chiusa in un recinto in cui nemmeno mia moglie è autorizzata ad entrare.
 
Finii il mio biscotto e lavai via le croste di zucchero dalla mia tazza. Svuotai con cura la mia testa da quel sogno. Salii in macchina e misi in moto. Mi aspettava una lunga giornata di lavoro. Senza filastrocche.
 
Scritto da: cagomega3 alle ore 20:56 | link | commenti (2) | categoria: racconti
martedì, 25 marzo 2008
"La pioggia prima che cada"

"... si, era vero, niente di tutto questo avrebbe mai dovuto succedere, era stato tutto un terribile errore, eppure guarda a cosa ha portato. Ha portato a te, Imogen! E quando vedo il ritratto che ti ha fatto Ruth, è evidente che dovevi esistere. C'è qualcosa di estremamente giusto in te. L'idea che tu possa non esistere, non essere mai nata, mi sembra così palesemente sbagliata, così mostruosa e innaturale... 

Non che la tua esistenza corregga tutti quegli errori o li annulli, no. Non giustifica niente. Quello che significa, o meglio quello che mi fa capire, è questo: che la vita comincia ad avere senso solo quando ti rendi conto che a volte-spesso-continuamente- due idee  del tutto contraddittorie possono essere egualmente vere.

Tutto ciò che ha portato a te era sbagliato. Pertanto non avresti dovuto nascere.

Ma tutto in te è giusto: quindi dovevi nascere.

Era inevitabile."

Scritto da: cagomega3 alle ore 18:39 | link | commenti (3) | categoria: parole di altri
martedì, 18 marzo 2008
Quel giovedì pomeriggio
Non preoccuparti per il tuo quattro in Greco, Alice,capita a tutti prima o poi. Solo a tua madre certe cose non succedono, ma quelli come tua madre la sconfitta non la prendono nemmeno in considerazione. Non a caso è riuscita a trascinarmi all’altare.
 
Anche io,  nel primo quadrimestre del secondo anno di liceo classico, lessi quel temibile numero sulla pagella. Ma ti confesso che me l’ero meritato; in quei mesi il calcio aveva occupato la mia testa molto più di quanto avrebbe dovuto farlo la scuola, con ovvie conseguenze negative sul mio rendimento.
Il nonno, deluso ed alterato, decise che era il caso che prendessi delle lezioni private. Pur sapendo benissimo che avrei potuto recuperare da solo le insufficienze volle assicurarsi che per un paio di ore a settimana il mio cervello abbandonasse le forme sferiche per dedicarsi ai lirici greci. Era una sorta di punizione.
Dopo una telefonata con mia zia, che faceva la professoressa di matematica, il mio mastino assunse un’identità. Si chiamava Emma Mazzei.
Per i quattro mesi successivi, il mercoledì pomeriggio dalle sei alle otto, abbandonavo i pini di Monte Mario per andare con il 913 nel quartiere Prati, feudo indiscusso della colta borghesia romana. Lì la signorina Mazzei mi svelava settimanalmente i misteri del greco antico. Il peso di quelle due ore si rivelò molto più sopportabile di quanto avevo temuto. Durante il viaggio in autobus, lontano dalla marcatura del nonno,  trovavo anche il tempo per leggere il Corriere dello Sport..
 
Un giorno la signorina Mazzei telefonò a casa chiedendo di rimandare una delle lezioni al giovedì. Lo ricordo bene, quel pomeriggio. Il 913 era pieno di domestici filippini che andavano a godersi il loro giorno di riposo dividendosi tra i raduni di Piazza Mancini e il bowling di Viale Regina Margherita. Occuparono i posti a sedere con una rapidità impressionante e fui costretto a dedicarmi alle consuete letture sportive in piedi.
 
Sceso dall’autobus raggiunsi il solito portone al numero 44 e citofonai in leggero anticipo.
Salii le scale due a due e trovai, come sempre, donna Claudia Mazzei, madre settantenne del mio mastino, ad accogliermi con il suo sorriso in formalina. Mi fece sedere nell’anticamera perché sua figlia era impegnata con  la lezione precedente.
Avevo le narici piene dell’odore di canfora che impregnava l’aria di quella casa e per qualche secondo fermai lo sguardo sulla libreria in legno scuro, poi sul vaso in cristallo pieno di azalee di stoffa. Mi spinsi gli occhiali sul naso e donna Claudia arrivò con una tazzina di caffè tutta per me; sembrava aver ingoiato un registratore, quella signora. Articolando tra il naso ed il palato una stucchevole cantilena mi faceva sempre le stesse domande  “come stanno i tuoi?”, “A quando il prossimo compito in classe?”, “Un fidanzatina ce l’hai? Eh... vedrai, la troverai. Sei così un bel ragazzo!”. Una tortura ai limiti della sostenibilità, da cui mi rifugiavo ripensando alle ultime partite della Roma in campionato.
 
Si aprì la porta con le vetrate opache che dava sul salone, l’antro del mio mastino. Uscì una ragazza molto alta, un po’ tramortita dalle due ore di lezione. Guardai appena il suo zaino rosa, ma la voce della signorina Mazzei mi richiamò all’ordine convocandomi nel salone.  Mi accolse come sempre con il sorriso; il suo fascino maturo era compresso dalla troppa educazione e dalla gonna sotto al ginocchio, ma lo vedevo a volte spillare furtivamente dai suoi severi sguardi di rimprovero.
La ammansii con la versione che avevo fatto il giorno prima, un passo del Simposio di Platone. La lesse filtrata dagli occhiali a mezzaluna. Qualche errore veniale che correggemmo con la matita rossa, cavandocela in una mezz’ora.
Passammo poi al latino.
Avevamo imparato da poco a leggere in metrica studiando i carmina di Catullo e la signorina Mazzei mi dava una mano a prendere il ritmo. Mi ero sempre accorto che il tono della lezione cambiava quando dalla correzione delle versioni di greco passavamo a Catullo. La femminilità si rimpossessava del mio mastino che per pochi minuti, grazie a Catullo, abbassava le difese.
 
Il carmen del giorno era il XXI contraddistinto da un metro particolare, il trimetro giambico scazonte, nome foriero di grosse cretinerie  con i compagni di classe.
Quando iniziai a leggere la signorina Mazzei era un po’ irrigidita.
 
 
“ misèr catùlle dèsinàs inèptìre
Et quòd vidès perìsse pèrditùm dùcas  
Va bene professoressa?”
 
Nessuna risposta. Il mio mastino aveva gli occhi fissi sul libro e stringeva forte tra l’indice e il medio la matita bicolore. Cercai di sdrammatizzare:
“ Ho sbagliato il trimetro scazonte, prof.? Le ultime due sillabe sono un po’ truffaldine con quel cambio di ritmo… Mi scusi, riprovo subito..”
Ma mi accorsi che non si trattava di un errore di metrica e che probabilmente il mio mastino non mi stava proprio ascoltando.
 
Dopo qualche altro secondo sospeso tra il suo silenzio ed il mio imbarazzo, la signorina Mazzei pianse. Iniziò senza accorgersene per trovarsi costretta poco dopo, in balia dei suoi stessi singhiozzi, a schiacciare il viso contro le due pagine del libro di latino.
Completamente impietrito dalla violenza della sua esplosione emotiva provai a capire che cosa avesse potuto causarla. Mi sforzai per qualche secondo senza successo ed in effetti non lo seppi mai con esattezza; adesso immagino che la sua passione non consumata fosse marcita presto schiacciata dai soffitti alti delle case di Prati. Ma imparai questa lezione soltanto qualche anno dopo aver metabolizato il ritmo bizzarro del verso scazonte di Catullo. Optai incoscientemente per un rimedio a breve termine.
Mi costò fatica tendermi verso la signorina Mazzei, prenderle la mano e stringerla forte fingendomi l’unica persona che avrebbe potuto capirla. Le regalai per pochi minuti l’illusione di quel contatto umano vero e profondo che forse cercava, come se avessi potuto, dal basso dei miei diciassette anni, farmi carico di tutti i suoi pesi e delle di tutte le sue rinunce.
Le strinsi così forte la mano che dopo qualche attimo domò il suo pianto.
Alzò la testa e, per pochi secondi, i suoi occhi rossi e bagnati incrociarono i miei, nascosti dagli occhiali di celluloide. In quei pochi secondi tutto ciò che era fuori da quella stanza cessò di esistere.
 
“Scusa, Paolo, scusa… puoi continuare con Catullo..”
 
La lezione si trascinò per un’altra ora. Catullo oramai non era più nelle mie corde e mi incartai parecchio nella traduzione, ma il mastino non me lo fece pesare troppo. Ci congedammo con uno sguardo intenso. Avremmo dovuto dimenticare tutti e due quelle lacrime, non c’era bisogno di parlarne.
 
Uscii da quel portone un passo più lontano dalla mia infanzia e salii al volo sul 913. Quel giovedì durante il viaggio di ritorno non terminai la mia lettura del Corriere dello sport.
Il mio quattro, anche grazie alle bacchettate del mio mastino e alle lacrime di quel giovedì, si trasformò in un sette alla fine dell’anno.
Scritto da: cagomega3 alle ore 18:47 | link | commenti (1) | categoria: racconti
domenica, 16 marzo 2008
Sparring partner

Ti accompagno volentieri in quello che senz'altro è il tuo numero migliore.

E' sufficiente che mi guardi un pochettino e nell'arco di un sorriso fai sparire tutte le mie costole. Se ci fosse un pubblico non capirebbe senza andare in visibilio.

Con il mio mondo che rotola ogni volta sotto allo sguardo attento delle punte dei  tuoi piedi, mi sorprendo di non aver mai tentato alcun tipo di resistenza mentre mi diverto a farti da spalla.

Che senso avrebbe, dopotutto, non abbandonarsi alle tue profondità...

Scritto da: cagomega3 alle ore 19:09 | link | commenti (2) | categoria: miracoli
giovedì, 13 marzo 2008
humpty dumpty

meno male che c'è Humpty Dumpty ...

"When I use a word", Humpty Dumpty said in a rather scornful tone, "it means just what I choose it to mean - neither more nor less".  Through the Looking-Glass by Lewis Carroll 1871.

 

Scritto da: cagomega3 alle ore 15:31 | link | commenti | categoria: stupidario
giovedì, 06 marzo 2008
ecco l'incipit di un articolo di As

No hay razones ni para golpearse el pecho ni para aullar. El Roma demostró ser mejor equipo que el Real Madrid y lo eliminó merecidamente. Que pase. El asunto es sangrante o debería. Más allá del juego y del sistema, en el recuento de jugadores vimos que el Roma los tenía mejores. Esa comprobación nos confirma que vivimos hinchados, de optimismo y vanidad.

Scritto da: cagomega3 alle ore 07:41 | link | commenti (2) | categoria: calcio