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un quasi trentenne che si arrabbatta dietro al suo tempo giocando, per vivere, con la chimica sintetica

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Testo scorrevole
Nonostante il vento Nonostante i passi Delle notti uguali che riporteranno brividi Lungo schiene ed occhi Dilatati un poco Affaticati ancora più di prima O forse come adesso, nonostante parli spesso ad alta voce e nessuno crede a ciò che dici a quel che immagini nonostante tutto io ti ascolterò quando non parli quando non mi guardi io ti vedrò lo stesso. Ti aspetterò, ti chiamerò cuore deciso Nella mente, nelle pieghe del viso Sarai da curare ancora un poco Aggiustami le spalle Che hai piegato Ritirati pure dal fianco se hai tradito Io t’amerò lo stesso.
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la comunicazione è una buffonata
sabato, 31 maggio 2008
Lost in translation-Bahia-1.A volte ritornano

Scontato che il primo post da scrivere qui in Brasile trattasse di forme sferiche.

Sarà che proprio ieri mentre passavo in macchina per le zone povere di Salvador ho visto 20 ragazzini giocare a pallone sotto la pioggia su un campo di terra senza scarpe. E ne ho visti altrettanti aspettare fradici a bordo campo il loro turno per giocare. Sarà che proprio ieri ho sentito i brasiliani urlare "que golazo" dopo un sinistro di controbalzo finito sotto al sette.

Sarà che in questi giorni si giocano le semifinali di Coppa Libertadores (la champions sudamericana, per i profani) e che l'unica squadra Brasiliana rimasta in gara è il Fluminense di  Rio de Janeiro, il Flu. E´la suadra più in forma del momento e con il suo gioco spettacolare ha costretto a un 2-2 casalingo i campioni uscenti del Boca Juniors in cui militano stelle del calibo di Juan Roman Riquelme e Martin "el loco" Palermo.

Sarà che sulla panchina del sorprendente Flu siede una vecchia conoscenza del calcio italiano e capitolino in particolare. Un (oramai ex) calciatore tanto adorato in patria quanto deriso nella capitale, dove nella stagione 1987-1988 ha avuto i momenti migliori nelle discoteche e nei night piuttosto che sul rettangolo verde. Chi condivide la mia fede calcistica non potrà aver dimenticato le gesta di Renato Gaucho,  al secolo Rento Portaluppi.

E mi sa proprio he un pezzo del mio cuore giallorosso batterà per il Flu, mercoledì prossimo per il ritorno.

Scritto da: cagomega3 alle ore 01:40 | link | commenti (4) | categoria: calcio
martedì, 20 maggio 2008
"... da Bahia a Salvador..."

Cercare di far passare il concetto che partire per lo stato di Bahia (senza avere il privilegio di sapere una data certa di ritorno) non mi fa affatto piacere è un'impresa assai ardua. Spero, con un po' di culo, di poter comunque aggiornare il blog da lì... un bacio a tutti quelli che restano.... sulle note di Damien Rice.  

 

Scritto da: cagomega3 alle ore 20:50 | link | commenti (4) | categoria: musica, delusioni
lunedì, 19 maggio 2008
Sulle dita

Portami sulle dita mentre sarò via. Saltellando da un polpastrello all'altro ti confonderò per cancellare il vuoto. E vomiterò lettere che tesserai per far parole. E di soppiatto, quando starai dormendo, dalle dita balzerò sul palmo e arrotolerò le labbra. E, vedrai, con il tempo di un bacio sarò già ritornato. 

Scritto da: cagomega3 alle ore 14:49 | link | commenti (4) | categoria:
venerdì, 16 maggio 2008
DBN

O'Ren: "Pensavi che sarebbe stato facile?"

Beatrix:" Sai... per un attimo... sì. L'hopensato"

è un po' come la risoluzione degli isomeri ottici del Diazabiciclononano...ci vuole l'acciaio di Hattori Hanzo. 

Scritto da: cagomega3 alle ore 06:32 | link | commenti (5) | categoria:
venerdì, 09 maggio 2008
il white album a cappella

... rovistando in mezzo alla cacca non di rado capita di trovare qualche perla... 

Scritto da: cagomega3 alle ore 21:05 | link | commenti (2) | categoria: musica, televisione
Più lontana della luna

" Il problema era solo mio. Vivevo tirata da due parti e nessuna era la mia. Da una parte quelli che facevano politica e dall'altra quelli che giocavano a bowling. Agli uni non parlavo degli altri e viceversa. Tenevo i mondi ben divisi, ma io non si capiva dove stavo. Forse semplicemente non stavo. Ero Assente."

Scritto da: cagomega3 alle ore 19:21 | link | commenti (4) | categoria: parole di altri
martedì, 06 maggio 2008
Quando baciavo Morrissey- terza parte
A casa di Isobel Giuseppe mi stava aspettando da un po’. La sua intervista era stata una delusione. I membri della band erano già troppo drogati per rispondere in modo sensato alle sue domande da purista della Brit music.
 
“ Oh.. Piè… l’hai preso il libro?”
“ Sì .. l’ho preso… grazie..”
“ Embè?!... Orgoglioso del feticcio?”
“ Veramente Giuseppe... non so come dirtelo.. sono mortificato ma credo che tu abbia preso un granchio.”
“ Granchio? Che granchio?”
“ Quello nella foto a pagina 120 vicino a Morrissey non sono io..”
“ Ma che dici! È impossibile”
“ Guarda che ne sono certo!”
“ Non è possibile. Tira fuori il libro.”
 
“ Ecco.. vedi! Non sono io. Io non portavo i capelli così. E poi il viso chiaramente non è il mio.”
“ Ah Piè… ma che stai dicendo! I capelli hai smesso di rasarli all’università perché non piacevano a Valentina.. eppoi sei tu! È chiaro! Poi mi ricordo perfettamente di quella maglietta rossa attillata”
“ Si vero. Avevo quella maglietta. Ma penso l’abbiano posseduta anche altri. L’ho comprata a Londra, dopotutto.”
“ Si questo è vero. Ma cavolo quello SEI TU! È assurdo che tu riesca a negarlo. Mi ricordo perfettamente che nessun altro è salito sul palco.”
“ Forse eri ubriaco anche tu. Quello NON SONO IO!”
“ E invece sì! Mi sono svegliato accanto a quella faccia da baccalà per due mesi di seguito… saprò riconoscerla, no?”
“ Hai preso un granchio Giusè… dovrai ammetterlo prima o poi…”
 
La discussione proseguì per un po’, ma non se ne venne a capo. Ancora oggi, quando rivedo Giuseppe, quella foto resta una questione aperta, senza che nessuno dei due abiuri la sua posizione.
 
Passai i restanti due giorni a Londra su ritmi lenti. Giuseppe mi portò ad assaporare il vero spirito della città, o almeno quello che lui era riuscito a cogliere dopo tante settimane di permanenza. Isobel e Steven, invece, non furono di grande compagnia, troppo impegnati nella loro vita sociale nella upper class per perdere tempo con due scemi come noi. Nonostante la loro assenza, tuttavia, ci divertimmo un sacco. E il sapore che il divertimento lascia nella bocca di un quarant’enne è dolce e persistente come quello del cocco.
 
Giuseppe mi riaccompagnò a Stansted in treno. Fu un viaggio pieno di silenzi, specchio di quanto malvolentieri ci stavamo separando.
All’aeroporto ci salutammo con un abbraccio, senza spendere troppe parole sulla malinconia del nostro commiato.
 
“ … e comunque, fai vedere quella foto a Valentina…”
“ Mi sa proprio che mi darà ragione.”
“ Vedremo.. buon viaggio amico mio…”
 
 
Valentina mi accolse agli arrivi internazionali con il suo sorriso rotondo. Mentre sfrecciavamo sul raccordo con la sua Twingo gialla le raccontai ogni sfumatura del mio viaggio, ma decisi di aspettare a parlarle del libro. Volevo raccogliere il suggerimento di Giuseppe, lasciandole vedere la foto senza influenzarla.
 
Arrivati a casa poggiai la biografia di Morrissey sul tavolo del salone aprendo proprio alla pagina incriminata, aspettando che fosse lei a parlare.
 
Scrutò la foto aggrottando le ciglia:
 
“ DAI! Quanto sei buffo co ‘sti capelli. Sembri un pupetto! E poi, tutto sommato, non sei tanto ingrassato quasi per niente con l’età, dovresti andarne fiero!”
 
Non ebbi il coraggio di dirle che non ero io ad essere stato catturato da quello scatto. Oppure, se lei e Giuseppe avevano ragione, che in quell’immagine non ero assolutamente in grado di riconoscermi.
 
Quando andammo a dormire chiusi gli occhi cercando di diradare le nubi che avevano in qualche modo turbato il mio viaggio a Londra. Non importava chi fosse il ragazzo in quella foto e non c’era bisogno di cercare un altro Pietro.
 
E mentre venivo catturato, per l’ennesima volta in quindici anni, dal profumo  dei capelli di Valentina  mi accorsi che, nonostante tutto, ero ancora capace di sorprendermi.
Scritto da: cagomega3 alle ore 19:58 | link | commenti (8) | categoria: racconti
domenica, 04 maggio 2008
Quando baciavo Morrissey- seconda parte
ecco la seconda parte su tre
Andai  la mattina presto in macchina a Ciampino con Valentina  e dopo averle dato un bacio sulla guancia corsi a imbarcarmi su un volo a basso costo. Destinazione Stansted.
 
Trovai Giusepe ad aspettarmi agli arrivi. Il suo look alternativo attraeva molti sguardi, come sempre. Devo concedergli che nonostante gli anni siano passati anche per lui non smette di occupare il suo posto nel mondo in modo naturalmente carismatico.
 
Mi sistemai dagli stessi amici che lo ospitavano ogni anno. Isobel e Steven erano due architetti con una ricercatissima casa minimalista nella zona dei Docks, verso Greenwich.
 
Era molto tempo che non mi capitava di parlare inglese con un madre lingua e bastarono dieci minuti di conversazione con Isobel per riaprirmi gli occhi su quanto avessi trascurato la mia fluency. Il suo naso si arricciava ogni volta che arrotolavo una R. Con quell’accento e una mazza da baseball avrei sarei stato perfetto per una piccola parte nei Sopranos.
 
A Camden andai il pomeriggio stesso, con la Metro. Giuseppe non poteva accompagnarmi perché doveva intervistare un gruppo punk rock  per la rivista di musica alternativa con cui collaborava saltuariamente. Il percorso del treno accompagnava a ritroso lo scorrere del Tamigi verso il centro di Londra. Non conoscevo bene la zona dei Docks, anche perché era stata urbanizzate piuttosto di recente.
 
Oltre ai nuovi edifici mi colpì la mia immagine riflessa sulle vetrate della metro. Quel ragazzo di 19 anni che litigò con suo padre per passare due mesi a Londra non c’era più. Forse, più che il libro o un paio di giorni in compagnia di Giuseppe, era proprio lui che stavo cercando in questo viaggio. Quella parte di me ancora capace di sorprendere e di sorprendersi eclissata dal buon senso e dalla responsabilità da oramai troppo tempo.
 
La libreria non distava molto dalla fermata della Circe Line e la mappa che aveva disegnato Giuseppe era (stranamente) piuttosto precisa. Aprii con un po’ d’imbarazzo la porta a vetri, accompagnata dal cuono di tre campanelli. Era un locale piuttosto angustoin cui l’ammasso informe di libri sembrava togliere spazio anche all’ossigeno.
 
Cercai la sezione musicale in modo piuttosto goffo, senza successo.
Un commesso effeminato col cranio rasato mi guardò sorridendo.
 
“You must be Pietro. Aren’t you?”
“Yes… ehm… I am.”
 
Mi spiegò che Giuseppe aveva comprato una copia del libro e la aveva fatta conservare per me alla cassa. Dopo che il commesso mi diede il pacchetto ci intrattenemmo per una mezz’ora discutendo se il miglior disco degli Smiths fosse “Hartful of Hollow” o “Strangeways Here We Come”. Ci salutammo convenendo che sarebbe stato comunque impietoso decretare, tra i due album, un perdente.
 
Mentre tornavo in treno a Greenwich l’impazienza prese il sopravvento e decisi di scartare il libro. Il titolo era “Morrissey, An Illustrated Biography” e dietro la copertina c’era una dedica di Giuseppe.
 
Il fratello che la natura non mi ha dato me lo sono preso con la forza. Gli ho regalato i miei 3 minuti di celebrità documentati in questo libro…
 
PS Pulciaro a chi?
 
Scorsi le pagine cercando la mia foto passando veloce sugli anni dell’adolescenza di Morrissey e sui fasti degli Smiths. Arrivato alla pagina che mi riguardava mi resi subito conto che c’era qualcosa che non andava.
La foto era grande e i soggetti erano ben distinguibili. Si vedeva metà del chitarrista, probabilmente un session man. Si vedeva Morrissey girato di spalle. Era riconoscibilissimo lo scenario caratteristico del pub australiano. E si vedeva un ragazzo alto che evidentement, che baciava Morrissey. E, per quanto mi sembrò incredibile, era evidente che non si trattava di me. Chiusi il libro col cuore mangiato dalla delusione.
Come aveva potuto, Giuseppe, commettere un tale errore? O forse era uno scherzo?
 
Rimasi inebetito a fissare ancora il mio riflesso sui vetri del treno, meditando sulla delusione delle aspettative di qualche minuto fa.
 
Il Pietro che cercavo in quel libro forse non era mai esistito. Sì, forse  cercavo una giustificazione per la vita grigia che stavo vivendo. Un passato tanto meraviglioso quanto mistificato avrebbe addolcito il sapore un po' del presente. E in quella foto avrei trovato il mio totem. La prova da dare al mondo che c’era stato un Pietro migliore. E che era stata la vita a logorarlo. E l’immagine di quel quarantenne riflessa sui vetri mi ricordava che sarebbe stato troppo comodo dare la colpa dei miei cambiamenti alla vita. Perché tanto, lei, non avrebbe mai potuto rispondere.
Scritto da: cagomega3 alle ore 21:24 | link | commenti (2) | categoria: racconti