ecco la seconda parte su tre
Andai la mattina presto in macchina a Ciampino con Valentina e dopo averle dato un bacio sulla guancia corsi a imbarcarmi su un volo a basso costo. Destinazione Stansted.
Trovai Giusepe ad aspettarmi agli arrivi. Il suo look alternativo attraeva molti sguardi, come sempre. Devo concedergli che nonostante gli anni siano passati anche per lui non smette di occupare il suo posto nel mondo in modo naturalmente carismatico.
Mi sistemai dagli stessi amici che lo ospitavano ogni anno. Isobel e Steven erano due architetti con una ricercatissima casa minimalista nella zona dei Docks, verso Greenwich.
Era molto tempo che non mi capitava di parlare inglese con un madre lingua e bastarono dieci minuti di conversazione con Isobel per riaprirmi gli occhi su quanto avessi trascurato la mia fluency. Il suo naso si arricciava ogni volta che arrotolavo una R. Con quell’accento e una mazza da baseball avrei sarei stato perfetto per una piccola parte nei Sopranos.
A Camden andai il pomeriggio stesso, con la Metro. Giuseppe non poteva accompagnarmi perché doveva intervistare un gruppo punk rock per la rivista di musica alternativa con cui collaborava saltuariamente. Il percorso del treno accompagnava a ritroso lo scorrere del Tamigi verso il centro di Londra. Non conoscevo bene la zona dei Docks, anche perché era stata urbanizzate piuttosto di recente.
Oltre ai nuovi edifici mi colpì la mia immagine riflessa sulle vetrate della metro. Quel ragazzo di 19 anni che litigò con suo padre per passare due mesi a Londra non c’era più. Forse, più che il libro o un paio di giorni in compagnia di Giuseppe, era proprio lui che stavo cercando in questo viaggio. Quella parte di me ancora capace di sorprendere e di sorprendersi eclissata dal buon senso e dalla responsabilità da oramai troppo tempo.
La libreria non distava molto dalla fermata della Circe Line e la mappa che aveva disegnato Giuseppe era (stranamente) piuttosto precisa. Aprii con un po’ d’imbarazzo la porta a vetri, accompagnata dal cuono di tre campanelli. Era un locale piuttosto angustoin cui l’ammasso informe di libri sembrava togliere spazio anche all’ossigeno.
Cercai la sezione musicale in modo piuttosto goffo, senza successo.
Un commesso effeminato col cranio rasato mi guardò sorridendo.
“You must be Pietro. Aren’t you?”
“Yes… ehm… I am.”
Mi spiegò che Giuseppe aveva comprato una copia del libro e la aveva fatta conservare per me alla cassa. Dopo che il commesso mi diede il pacchetto ci intrattenemmo per una mezz’ora discutendo se il miglior disco degli Smiths fosse “Hartful of Hollow” o “Strangeways Here We Come”. Ci salutammo convenendo che sarebbe stato comunque impietoso decretare, tra i due album, un perdente.
Mentre tornavo in treno a Greenwich l’impazienza prese il sopravvento e decisi di scartare il libro. Il titolo era “Morrissey, An Illustrated Biography” e dietro la copertina c’era una dedica di Giuseppe.
Il fratello che la natura non mi ha dato me lo sono preso con la forza. Gli ho regalato i miei 3 minuti di celebrità documentati in questo libro…
PS Pulciaro a chi?
Scorsi le pagine cercando la mia foto passando veloce sugli anni dell’adolescenza di Morrissey e sui fasti degli Smiths. Arrivato alla pagina che mi riguardava mi resi subito conto che c’era qualcosa che non andava.
La foto era grande e i soggetti erano ben distinguibili. Si vedeva metà del chitarrista, probabilmente un session man. Si vedeva Morrissey girato di spalle. Era riconoscibilissimo lo scenario caratteristico del pub australiano. E si vedeva un ragazzo alto che evidentement, che baciava Morrissey. E, per quanto mi sembrò incredibile, era evidente che non si trattava di me. Chiusi il libro col cuore mangiato dalla delusione.
Come aveva potuto, Giuseppe, commettere un tale errore? O forse era uno scherzo?
Rimasi inebetito a fissare ancora il mio riflesso sui vetri del treno, meditando sulla delusione delle aspettative di qualche minuto fa.
Il Pietro che cercavo in quel libro forse non era mai esistito. Sì, forse cercavo una giustificazione per la vita grigia che stavo vivendo. Un passato tanto meraviglioso quanto mistificato avrebbe addolcito il sapore un po' del presente. E in quella foto avrei trovato il mio totem. La prova da dare al mondo che c’era stato un Pietro migliore. E che era stata la vita a logorarlo. E l’immagine di quel quarantenne riflessa sui vetri mi ricordava che sarebbe stato troppo comodo dare la colpa dei miei cambiamenti alla vita. Perché tanto, lei, non avrebbe mai potuto rispondere.