A casa di Isobel Giuseppe mi stava aspettando da un po’. La sua intervista era stata una delusione. I membri della band erano già troppo drogati per rispondere in modo sensato alle sue domande da purista della Brit music.
“ Oh.. Piè… l’hai preso il libro?”
“ Sì .. l’ho preso… grazie..”
“ Embè?!... Orgoglioso del feticcio?”
“ Veramente Giuseppe... non so come dirtelo.. sono mortificato ma credo che tu abbia preso un granchio.”
“ Granchio? Che granchio?”
“ Quello nella foto a pagina 120 vicino a Morrissey non sono io..”
“ Ma che dici! È impossibile”
“ Guarda che ne sono certo!”
“ Non è possibile. Tira fuori il libro.”
“ Ecco.. vedi! Non sono io. Io non portavo i capelli così. E poi il viso chiaramente non è il mio.”
“ Ah Piè… ma che stai dicendo! I capelli hai smesso di rasarli all’università perché non piacevano a Valentina.. eppoi sei tu! È chiaro! Poi mi ricordo perfettamente di quella maglietta rossa attillata”
“ Si vero. Avevo quella maglietta. Ma penso l’abbiano posseduta anche altri. L’ho comprata a Londra, dopotutto.”
“ Si questo è vero. Ma cavolo quello SEI TU! È assurdo che tu riesca a negarlo. Mi ricordo perfettamente che nessun altro è salito sul palco.”
“ Forse eri ubriaco anche tu. Quello NON SONO IO!”
“ E invece sì! Mi sono svegliato accanto a quella faccia da baccalà per due mesi di seguito… saprò riconoscerla, no?”
“ Hai preso un granchio Giusè… dovrai ammetterlo prima o poi…”
La discussione proseguì per un po’, ma non se ne venne a capo. Ancora oggi, quando rivedo Giuseppe, quella foto resta una questione aperta, senza che nessuno dei due abiuri la sua posizione.
Passai i restanti due giorni a Londra su ritmi lenti. Giuseppe mi portò ad assaporare il vero spirito della città, o almeno quello che lui era riuscito a cogliere dopo tante settimane di permanenza. Isobel e Steven, invece, non furono di grande compagnia, troppo impegnati nella loro vita sociale nella upper class per perdere tempo con due scemi come noi. Nonostante la loro assenza, tuttavia, ci divertimmo un sacco. E il sapore che il divertimento lascia nella bocca di un quarant’enne è dolce e persistente come quello del cocco.
Giuseppe mi riaccompagnò a Stansted in treno. Fu un viaggio pieno di silenzi, specchio di quanto malvolentieri ci stavamo separando.
All’aeroporto ci salutammo con un abbraccio, senza spendere troppe parole sulla malinconia del nostro commiato.
“ … e comunque, fai vedere quella foto a Valentina…”
“ Mi sa proprio che mi darà ragione.”
“ Vedremo.. buon viaggio amico mio…”
Valentina mi accolse agli arrivi internazionali con il suo sorriso rotondo. Mentre sfrecciavamo sul raccordo con la sua Twingo gialla le raccontai ogni sfumatura del mio viaggio, ma decisi di aspettare a parlarle del libro. Volevo raccogliere il suggerimento di Giuseppe, lasciandole vedere la foto senza influenzarla.
Arrivati a casa poggiai la biografia di Morrissey sul tavolo del salone aprendo proprio alla pagina incriminata, aspettando che fosse lei a parlare.
Scrutò la foto aggrottando le ciglia:
“ DAI! Quanto sei buffo co ‘sti capelli. Sembri un pupetto! E poi, tutto sommato, non sei tanto ingrassato quasi per niente con l’età, dovresti andarne fiero!”
Non ebbi il coraggio di dirle che non ero io ad essere stato catturato da quello scatto. Oppure, se lei e Giuseppe avevano ragione, che in quell’immagine non ero assolutamente in grado di riconoscermi.
Quando andammo a dormire chiusi gli occhi cercando di diradare le nubi che avevano in qualche modo turbato il mio viaggio a Londra. Non importava chi fosse il ragazzo in quella foto e non c’era bisogno di cercare un altro Pietro.
E mentre venivo catturato, per l’ennesima volta in quindici anni, dal profumo dei capelli di Valentina mi accorsi che, nonostante tutto, ero ancora capace di sorprendermi.