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un quasi trentenne che si arrabbatta dietro al suo tempo giocando, per vivere, con la chimica sintetica

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Testo scorrevole
Nonostante il vento Nonostante i passi Delle notti uguali che riporteranno brividi Lungo schiene ed occhi Dilatati un poco Affaticati ancora più di prima O forse come adesso, nonostante parli spesso ad alta voce e nessuno crede a ciò che dici a quel che immagini nonostante tutto io ti ascolterò quando non parli quando non mi guardi io ti vedrò lo stesso. Ti aspetterò, ti chiamerò cuore deciso Nella mente, nelle pieghe del viso Sarai da curare ancora un poco Aggiustami le spalle Che hai piegato Ritirati pure dal fianco se hai tradito Io t’amerò lo stesso.
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giovedì, 24 luglio 2008
Distillazioni - I parte

Abbiate pazienza. Sto leggendo Primo Levi.

A mio padre non era mai andato giù il fatto che avessi studiato chimica. Di solito si limitava a storcere la bocca quando parlavo dei miei studi universitari o del lavoro. A volte, però, specialmente la domenica dopo pranzo se aveva bevuto un po' il suo dissenso si manifestava al di là di ogni contegno.

" Che poi io questa storia della chimica non la capisco proprio. Con la testa che hai potevistudiare quello che ti pare. E pii diventavi un medico, un avvocato che ne so.. e poi facevi i soldie ti costruivi una casa come Dio comandae in paese ti avrebbero guardato tutti con rispetto. E' pure giusto che hai sceltotutto da solo, ma quando sento Mosca che al bar mi parla del figlio avvocato io... io... io mi ribolle il sangue. Che san Gregorio m'aiuti."

Quella di papà con Mosca era una ruggine di vecchissima data e, onestamente, era difficile trovare qualcuno in paese che non avesse qualcosa contro Mosca. Spesso la gente ci litigava per questioni di soldi o perchè la sua casa abusiva copriva la visuale del campanile della cattedrale, ma lo screzio con mio padre era di natura diversa. Aveva a che fare con San Rocco.

Ogni anno, ad Agosto, durante i festeggiamenti per il santo patrono del mio paese, si disputa una gara per stabilire chi ha prodotto il miglior distillato all'amarena della stagione. Era tutta la vita che mio padre agognava quel premio e che se lo vedeva sottrarre ogni anno da Mosca che sventolava la coppa in faccia a mezzo paese fino a settembre. Era un'umiliazione che il lato infantile di mio padre non riusciva a sopportare.

E infatti ogni domenica di giugno papà si alzava alle 4 e stava fino all'ora di pranzo davanti al distillatore di rame da 10 litri che aveva comprato anni fa da Molinari il ferramenta. Come Don Chichotte si rialzava dopo ogni sconfitta più determinato che mai a strappare il premio dalle mani di Mosca. Ma per riuscire nell'impresa gli mancava il buon senso di un Sancho Panza. O meglio il buon senso di un chimico.

 

Scritto da: cagomega3 alle ore 06:53 | link | commenti | categoria: racconti
martedì, 06 maggio 2008
Quando baciavo Morrissey- terza parte
A casa di Isobel Giuseppe mi stava aspettando da un po’. La sua intervista era stata una delusione. I membri della band erano già troppo drogati per rispondere in modo sensato alle sue domande da purista della Brit music.
 
“ Oh.. Piè… l’hai preso il libro?”
“ Sì .. l’ho preso… grazie..”
“ Embè?!... Orgoglioso del feticcio?”
“ Veramente Giuseppe... non so come dirtelo.. sono mortificato ma credo che tu abbia preso un granchio.”
“ Granchio? Che granchio?”
“ Quello nella foto a pagina 120 vicino a Morrissey non sono io..”
“ Ma che dici! È impossibile”
“ Guarda che ne sono certo!”
“ Non è possibile. Tira fuori il libro.”
 
“ Ecco.. vedi! Non sono io. Io non portavo i capelli così. E poi il viso chiaramente non è il mio.”
“ Ah Piè… ma che stai dicendo! I capelli hai smesso di rasarli all’università perché non piacevano a Valentina.. eppoi sei tu! È chiaro! Poi mi ricordo perfettamente di quella maglietta rossa attillata”
“ Si vero. Avevo quella maglietta. Ma penso l’abbiano posseduta anche altri. L’ho comprata a Londra, dopotutto.”
“ Si questo è vero. Ma cavolo quello SEI TU! È assurdo che tu riesca a negarlo. Mi ricordo perfettamente che nessun altro è salito sul palco.”
“ Forse eri ubriaco anche tu. Quello NON SONO IO!”
“ E invece sì! Mi sono svegliato accanto a quella faccia da baccalà per due mesi di seguito… saprò riconoscerla, no?”
“ Hai preso un granchio Giusè… dovrai ammetterlo prima o poi…”
 
La discussione proseguì per un po’, ma non se ne venne a capo. Ancora oggi, quando rivedo Giuseppe, quella foto resta una questione aperta, senza che nessuno dei due abiuri la sua posizione.
 
Passai i restanti due giorni a Londra su ritmi lenti. Giuseppe mi portò ad assaporare il vero spirito della città, o almeno quello che lui era riuscito a cogliere dopo tante settimane di permanenza. Isobel e Steven, invece, non furono di grande compagnia, troppo impegnati nella loro vita sociale nella upper class per perdere tempo con due scemi come noi. Nonostante la loro assenza, tuttavia, ci divertimmo un sacco. E il sapore che il divertimento lascia nella bocca di un quarant’enne è dolce e persistente come quello del cocco.
 
Giuseppe mi riaccompagnò a Stansted in treno. Fu un viaggio pieno di silenzi, specchio di quanto malvolentieri ci stavamo separando.
All’aeroporto ci salutammo con un abbraccio, senza spendere troppe parole sulla malinconia del nostro commiato.
 
“ … e comunque, fai vedere quella foto a Valentina…”
“ Mi sa proprio che mi darà ragione.”
“ Vedremo.. buon viaggio amico mio…”
 
 
Valentina mi accolse agli arrivi internazionali con il suo sorriso rotondo. Mentre sfrecciavamo sul raccordo con la sua Twingo gialla le raccontai ogni sfumatura del mio viaggio, ma decisi di aspettare a parlarle del libro. Volevo raccogliere il suggerimento di Giuseppe, lasciandole vedere la foto senza influenzarla.
 
Arrivati a casa poggiai la biografia di Morrissey sul tavolo del salone aprendo proprio alla pagina incriminata, aspettando che fosse lei a parlare.
 
Scrutò la foto aggrottando le ciglia:
 
“ DAI! Quanto sei buffo co ‘sti capelli. Sembri un pupetto! E poi, tutto sommato, non sei tanto ingrassato quasi per niente con l’età, dovresti andarne fiero!”
 
Non ebbi il coraggio di dirle che non ero io ad essere stato catturato da quello scatto. Oppure, se lei e Giuseppe avevano ragione, che in quell’immagine non ero assolutamente in grado di riconoscermi.
 
Quando andammo a dormire chiusi gli occhi cercando di diradare le nubi che avevano in qualche modo turbato il mio viaggio a Londra. Non importava chi fosse il ragazzo in quella foto e non c’era bisogno di cercare un altro Pietro.
 
E mentre venivo catturato, per l’ennesima volta in quindici anni, dal profumo  dei capelli di Valentina  mi accorsi che, nonostante tutto, ero ancora capace di sorprendermi.
Scritto da: cagomega3 alle ore 19:58 | link | commenti (8) | categoria: racconti
domenica, 04 maggio 2008
Quando baciavo Morrissey- seconda parte
ecco la seconda parte su tre
Andai  la mattina presto in macchina a Ciampino con Valentina  e dopo averle dato un bacio sulla guancia corsi a imbarcarmi su un volo a basso costo. Destinazione Stansted.
 
Trovai Giusepe ad aspettarmi agli arrivi. Il suo look alternativo attraeva molti sguardi, come sempre. Devo concedergli che nonostante gli anni siano passati anche per lui non smette di occupare il suo posto nel mondo in modo naturalmente carismatico.
 
Mi sistemai dagli stessi amici che lo ospitavano ogni anno. Isobel e Steven erano due architetti con una ricercatissima casa minimalista nella zona dei Docks, verso Greenwich.
 
Era molto tempo che non mi capitava di parlare inglese con un madre lingua e bastarono dieci minuti di conversazione con Isobel per riaprirmi gli occhi su quanto avessi trascurato la mia fluency. Il suo naso si arricciava ogni volta che arrotolavo una R. Con quell’accento e una mazza da baseball avrei sarei stato perfetto per una piccola parte nei Sopranos.
 
A Camden andai il pomeriggio stesso, con la Metro. Giuseppe non poteva accompagnarmi perché doveva intervistare un gruppo punk rock  per la rivista di musica alternativa con cui collaborava saltuariamente. Il percorso del treno accompagnava a ritroso lo scorrere del Tamigi verso il centro di Londra. Non conoscevo bene la zona dei Docks, anche perché era stata urbanizzate piuttosto di recente.
 
Oltre ai nuovi edifici mi colpì la mia immagine riflessa sulle vetrate della metro. Quel ragazzo di 19 anni che litigò con suo padre per passare due mesi a Londra non c’era più. Forse, più che il libro o un paio di giorni in compagnia di Giuseppe, era proprio lui che stavo cercando in questo viaggio. Quella parte di me ancora capace di sorprendere e di sorprendersi eclissata dal buon senso e dalla responsabilità da oramai troppo tempo.
 
La libreria non distava molto dalla fermata della Circe Line e la mappa che aveva disegnato Giuseppe era (stranamente) piuttosto precisa. Aprii con un po’ d’imbarazzo la porta a vetri, accompagnata dal cuono di tre campanelli. Era un locale piuttosto angustoin cui l’ammasso informe di libri sembrava togliere spazio anche all’ossigeno.
 
Cercai la sezione musicale in modo piuttosto goffo, senza successo.
Un commesso effeminato col cranio rasato mi guardò sorridendo.
 
“You must be Pietro. Aren’t you?”
“Yes… ehm… I am.”
 
Mi spiegò che Giuseppe aveva comprato una copia del libro e la aveva fatta conservare per me alla cassa. Dopo che il commesso mi diede il pacchetto ci intrattenemmo per una mezz’ora discutendo se il miglior disco degli Smiths fosse “Hartful of Hollow” o “Strangeways Here We Come”. Ci salutammo convenendo che sarebbe stato comunque impietoso decretare, tra i due album, un perdente.
 
Mentre tornavo in treno a Greenwich l’impazienza prese il sopravvento e decisi di scartare il libro. Il titolo era “Morrissey, An Illustrated Biography” e dietro la copertina c’era una dedica di Giuseppe.
 
Il fratello che la natura non mi ha dato me lo sono preso con la forza. Gli ho regalato i miei 3 minuti di celebrità documentati in questo libro…
 
PS Pulciaro a chi?
 
Scorsi le pagine cercando la mia foto passando veloce sugli anni dell’adolescenza di Morrissey e sui fasti degli Smiths. Arrivato alla pagina che mi riguardava mi resi subito conto che c’era qualcosa che non andava.
La foto era grande e i soggetti erano ben distinguibili. Si vedeva metà del chitarrista, probabilmente un session man. Si vedeva Morrissey girato di spalle. Era riconoscibilissimo lo scenario caratteristico del pub australiano. E si vedeva un ragazzo alto che evidentement, che baciava Morrissey. E, per quanto mi sembrò incredibile, era evidente che non si trattava di me. Chiusi il libro col cuore mangiato dalla delusione.
Come aveva potuto, Giuseppe, commettere un tale errore? O forse era uno scherzo?
 
Rimasi inebetito a fissare ancora il mio riflesso sui vetri del treno, meditando sulla delusione delle aspettative di qualche minuto fa.
 
Il Pietro che cercavo in quel libro forse non era mai esistito. Sì, forse  cercavo una giustificazione per la vita grigia che stavo vivendo. Un passato tanto meraviglioso quanto mistificato avrebbe addolcito il sapore un po' del presente. E in quella foto avrei trovato il mio totem. La prova da dare al mondo che c’era stato un Pietro migliore. E che era stata la vita a logorarlo. E l’immagine di quel quarantenne riflessa sui vetri mi ricordava che sarebbe stato troppo comodo dare la colpa dei miei cambiamenti alla vita. Perché tanto, lei, non avrebbe mai potuto rispondere.
Scritto da: cagomega3 alle ore 21:24 | link | commenti (2) | categoria: racconti
mercoledì, 30 aprile 2008
Quando baciavo morrissey-parte 1
ebbene... ecco un racconto un po' più lungo. Lo posterò in due o tre parti. è la prima volta che mi allungo così e non  nascondo le difficoltà a gestire i ritmi di una prosa più lenta. spero che, tutto sommato, il racconto sia gradito ai pochi aficionados di questo blog.
Quando Baciavo Morrissey
“Stai seduto?”
“No…”
“E allora mettete a sede.”
 
Giuseppe esordiva sempre così nelle telefonate in cui doveva dirmi qualcosa di assolutamente sorprendente. Almeno dal suo, spesso discutibile, punto di vista.
Quel Mercoledì pomeriggio, quando squillò il telefono, stavo accompagnando la signora Antinucci alla porta dello studio legale per cui lavoravo. La assistevo in una causa contro un vicino di casa per le dimensioni del suo balcone.  Oltre che come consulente legale, tuttavia, mi sfruttava come psicologo, consigliere e padre confessore. La ricompensa, oltre alla parcella che  naturalmente veniva versata allo studio, era il privilegio di assaggiare in anteprima tutti i suoi dolci. Portava qualcosa ad ogni appuntamento e questo rendeva un po’ più piacevoli gli interminabili minuti passati con lei.
 
Congedata con un cenno del capo la signora Antinucci tornai nel mio ufficio e chiusi la porta per ascoltare in privato le ultime malefatte di Giuseppe.
 
“ Che hai combinato?”
“ Aho.. indovina dove sto?”
“ Spara…”
“ Sto a Londra.”
“ Caspita che novità… oramai conoscerai ogni mattonella. Quando passi sotto a Buckingham Palace la regina ti saluta con la mano.”
“ Ma mica vado a Buckingham Palace. Vabbè, dai.. non ti ho chiamato per questo”
“ Sentiamo allora….”
“ Mezz’oretta fa stavo facendo due passi a Camden e mi sono rifugiato in una libreria perché aveva cominciato a piovere. Ho cominciato a rovistare tra gli scaffali e, nella sezione musicale, ho trovato una chicca… una biografia fotografica di Morrissey!”
“ Figata… l’hai comprata?”
“ Aspetta… insomma indovina che foto ho trovato spulciando tra le pagine?”
“ Boh.. che ne so… quella dal video di This Charming Man con i gladioli nelle tasche dei Jeans?”
“ Ma che dici! Quella è strafamosa! No, no.. prova ad andare indietro nel tempo… 1988 … primo concerto di Morrissey da solista in quel pub australiano…”
“ Certo che mi ricordo.. Noi eravamo lì!”
“ E tu eri ubriaco.. e riuscisti ad evadere la sorveglianza”
“ E cavolo sono salito sul palco!!”
“ E prima che ti tirassero giù di peso Morrissey ti ha baciato sulla guancia…”
“….”
“ Ebbene Pietro, la tua foto è finita in una biografia di Morrissey.”
“ Non ho parole…”
“ Lo credo bene! Sono IO che ti ho trascinato a quel concerto, IO che ho sempre amato gli Smiths, IO che ti ho registrato tutti gli album. E i feticci toccano a te… che destino balordo!”
“ Vabbè… ma il libro l’hai comprato, vero?”
“ No che non l’ho comprato!”
“ Come!?”
“ La foto è tua e te lo vieni a prendere, se lo vuoi.”
“ Maddai, come faccio con Valentina ed Andrea…”
“ Sempre con questa scusa che tieni famiglia… ti dovrai scrostare da Roma prima o poi…”
“ Dai non mi mettere alla prova..”
“ Certo che ti ci metto. Se vuoi il libro prendi l’aereo e te lo vieni a comprare. Io non te lo prendo… anche perché costa 40 pound.”
“ Sei il solito pulciaro.”
“ Eddai vieni a trovarmi così passiamo un po’ di tempo insieme… e poi a Londra, come ai vecchi tempi!!”
“ Vabbè vediamo se riesco ad organizzarmi. Adesso scappo che devo andare in tribunale.”
“Ciao. Mi raccomando”.
 
Affrontai il solito viaggio in motorino da Via Crescenzio al tribunale di Piazzale Clodio con la testa parecchio affollata. Pensavo a Giuseppe, a come le nostre vite segnate da scelte così profondamente diverse, fossero rimaste così intimamente legate. Dopo cinque anni di liceo da compagni di banco io decisi di non deludere le ambizioni di mio padre e scelsi di studiare Giurisprudenza. Lui, che ha sempre avuto la testa più calda della mia, prese Lettere. Io sposai Valentina subito dopo essermi laureato. Lui, che si gode la vita da single alla soglia dei 40, fa il professore alle superiori e passa a Londra, ospite di amici, almeno un mese tutti gli anni.
Ma oltre la distanza abissale tra le vite che abbiamo scelto di vivere è confortante sapere che, nonostante tutto, basta alzare la cornetta per scoprire che Giuseppe c’è e che il suo affetto per me, come il mio per lui, non si è affievolito nemmeno per dieci minuti.
 
Mentre sfrecciavo accanto alle Mura Vaticane ricordavo anche quel viaggio a Londra e quel concerto che hanno cementato così tanto la nostra amicizia. Pensavo che infondo sarei tornato volentieri e che sarebbe stato il primo viaggio all’estero dopo parecchi anni,  ma pensavo anche che mi dispiaceva lasciare Valentina da sola a Roma con Andrea. Diventare padre ha accresciuto e giustificato quel naturale senso di responsabilità che mi porto dietro da quando ho più o meno quattro anni.
Mentre parcheggiavo il motorino a Piazzale Clodio decisi che sarei partito.  
 
Valentina avrebbe capito… dopotutto chi, se non lei…
 
E fu così.
Scritto da: cagomega3 alle ore 06:32 | link | commenti (4) | categoria: racconti
lunedì, 31 marzo 2008
Libero di sbagliare
Ora che quella porta si chiude dietro alle mie spalle per l’ultima volta ho la sensazione di essere immerso in un bagno d’ovatta. Sono troppe le cose che lascio lì dentro e, forse, è meglio che le senta lontane mentre scendo le scale. Lei con i suoi profumi e le sue liturgie, l’amore per la sua casa pulsante, la nostra intimità sempre educata, la malinconia riflessa dai suoi drammi, i sorrisi forzati ai suoi amici d’ottone, le parole che spiegavano tutto, i silenzi che ci davano di più. Ciò che ora voglio sentire più lontano, però, è il suo sguardo che mi condannava senz’appello alla perfezione. Forse è proprio il peso del non poter sbagliare che sta muovendo i miei passi lontano dalla sua casa e mi sta riportando da quei limiti naturali che volevo nasconderle. Sotto ai suoi occhi ho sempre provato a comprimerli, affaticando i muscoli ed incallendo le mani in una lotta innaturale durata mesi che non può altro che vedermi sconfitto.
Ma per qualche ora, adesso, prima dell’abbandono all’indolenza voglio disperdere ogni mancanza nella città che pulsa. Mi nasconderò nelle pieghe con cui la storia ha segnato il suo viso di marmo ed il suo ventre d’asfalto. In questo fiume d’umanità imperfetta è più facile mantenersi invisibili, svestirsi di sé, abbandonare in un armadio i vestiti eleganti del protagonista per tornare libero di fare la comparsa. Mischiarmi con la folla, tra l’odore di plastica negli autobus arancio ed il rumore della pioggia che percuote arzilla le tettoie, togliendo peso alla goffaggine dei miei comportamenti e ai disastri causati da mia ogni azione. Nelle braccia morbide ed indulgenti di quella meretrice di marmo ed asfalto che mi fa da madre potrò tornare bambino e riprendermi quella libertà di sbagliare che lei, senza volerlo, mi ha rubato.
Scritto da: cagomega3 alle ore 06:50 | link | commenti (9) | categoria: racconti
sabato, 29 marzo 2008
Il carrubo

Quando mio padre se ne andò da casa la mamma decise che saremmo andati a vivere dai nonni. Il trasferimento dal traffico di Corso Francia alla loro casa di campagna sulla via Tiberina fu difficile da digerire. Per abituarmi al silenzio, agli insetti, alle ore sui mezzi pubblici per andare a scuola e alla convivenza con le abitudini di due settantenni ci vollero mesi. Senza contare che la fuga di mio padre fu improvvisa e dolorosa come un pugno allo stomaco.

 

Il trasferimento in campagna, però, ebbe anche dei lati positivi. La nostra nuova casa aveva un giardino considerevolmente grande, almeno agli occhi di un ragazzo che aveva speso tutti i suoi quindici anni di vita  in città. Con poche centinaia di metri a piedi, poi, si poteva raggiungere la sponda settentrionale del Tevere. Era confortante passare il pomeriggio davanti al fiume; lasciava uno spiraglio anche alla nostra brutta situazione, sai, la partenza improvvisa di papà, i pianti di mamma e tutto il resto. L’acqua del Tevere mi ricordava che la vita sarebbe andata avanti, nonostante tutto.

 

Il dono più prezioso in quei mesi fu la riscoperta di mio nonno, che avevo sempre considerato una persona piuttosto grigia. Passava intere giornate a coltivare la terra, a curare il suo carrubo, oltre ai peri e ai cilegi che coi loro frutti gli davano la possibilità di arrotondare un po’ la pensione. Ritornare a vivere in campagna, come quando da bambino abitava nella bassa bergamasca, lo aveva investito di un’energia nuova tanto che lo sentivo molto più vicino di mia madre, che passava invece le giornate divisa tra il lavoro e la cucina, esorcizzando con le lacrime il fallimento del suo matrimonio almeno un paio di volte al giorno.

 

A volte io e il nonno facevamo qualche scambio con il pallone, abbozzando una porta tra il carrubo e una sedia bianca da giardino. Vederci giocare probabilmente rendeva l’idea di quanto il gioco del calcio fosse cambiato negli ultimi qurant’anni. Mio nonno giocava sulle punte e, come tutta quella generazione che aveva visto giocare Suarez, toccava la palla con piedi di velluto e chiffon. Io, cresciuto nell’epoca post sacchiana, giocavo a testa alta provando sempre a toccare la palla di prima.

Credo che, più o meno consciamente, il nonno volesse rimpiazzare quella figura paterna che era stata fonte di tanto disorientamento e di tanta delusione. Lo aiutavo a costruire il pergolato sopra al tavolo da pranzo che aveva progettato per far contenta la nonna (che si preoccupava molto di quel suo arrampicarsi) e a pulire il prato dai frutti del suo carrubo.

 

Non ho mai capito perché l’unico albero del giardino che non dava frutti commestibili era quello che aveva più a cuore. Il carrubo al centro del giardino, tuttavia, era il primo albero che mio nonno amava mostrare a tutti gli ospiti che venivano a visitarci. Passava pomeriggi interi arrampicato su una scala, noncurante dei rimproveri e della ansie di mia nonna, a spargere il solfato di rame sulle sue foglie.

Da quando poi il giardiniere che gli dava una mano disse che il carrubo era malato le sue attenzioni per quella pianta si erano addirittura moltiplicate. Quando passavo vicino alla scala per chiedergli di giocare a pallone lo sorpresi addirittura a parlarci, un paio di volte.

 

Un giorno, poi, le preoccupazioni della nonna si rivelarono profetiche e il nonno volò giù dalla sua scala da giardino. Si fece male parecchio. Frattura di entrambi i femori, dissero i dottori. Parecchi mesi di letto e almeno altrettanti di riposo totale, perché in fondo, come diceva la nonna, non era più un ragazzino ed era arrivata l’ora che certe cose le facesse  qualcun’ altro al suo posto.

 

Per mio nonno fu difficile restare lontano da quella terra e da quegli alberi che a settant’anni gli avevano restituito l’entusiasmo. Mia madre continuava a piangere e mia nonna sostituì le preoccupazioni per un marito imprudente a quelle per un marito malato. Io iniziai ad andare un po’ più spesso a riflettere lungo il fiume a pensare che anche quella situazione saremmo usciti.

A risentire  di più  della convalescenza di mio nonno fu il carrubo. La sua malattia, che fino ad allora non era evidente per un profano della botanica, iniziò ad essere palese. Ad Ottobre il marciume del legno del tronco, con l’aumentare della pioggia, era sempre più visibile ed anche qualche pezzo di ramo aveva iniziato a cadere insieme alle foglie.

 

Un paio di mesi dopo la caduta di mio nonno il giardiniere decise che era il caso di abbatterlo perché avrebbe potuto contagiare gli altri alberi, con conseguenze negative sul raccolto di pere e le ciliegie che contribuivano a portare un po’ di soldi a casa. Nessuno ebbe il coraggio di dirlo a mio nonno. Ancora non si era per niente ripreso dalle fratture e nessuno voleva dargli una notizia così brutta in un periodo così delicato.

Ci interrogavamo tuttavia su cosa raccontargli per spiegare il rumore della motosega durante l’abbattimento. Il carrubo, infatti, era piantato a pochi metri dalla finestra della sua camera da letto e lui avrebbe sicuramente sentito. Alla fine non fu necessario inventare balle.

 

Un infarto si portò via mio nonno la notte precedente all’abbattimento del carrubo. Questo allungò l’agonia dell’albero di un paio di settimane dato che per rispetto del morto il giardiniere aveva deciso di non fare tutto quel casino con la motosega. Penso che se mio nonno lo avesse saputo ne sarebbe stato contento.

 

Con mia nonna che aveva iniziato a piangere insieme a mia madre, rimasi a chiedermi dove e con chi, adesso, avrei potuto fare due scambi col pallone.

Scritto da: cagomega3 alle ore 20:30 | link | commenti | categoria: racconti
mercoledì, 26 marzo 2008
Senza Filastrocche
La mia strada e quella di Elia si incontrarono solo per qualche oretta, non proprio per caso. Se non sbaglio era un sabato pomeriggio. Elia era un bambino biondo che in qualche mese avrebbe compiuto tre anni. Era, perché oggi, a distanza di anni, ha certamente assunto tutti i tratti fastidiosi caratteristici dei preadolescenti.
 
Ci incontrammo perché sua madre doveva comprare un vestito e decise di affidarlo alla zia, sua sorella Irene. Io e Irene, per qualche mese, commettemmo l’errore di scambiare la condivisione intensa dei nostri silenzi con l’amore. Passavamo lunghi pomeriggi malinconici nella sua casa alla periferia a sud di Roma ad aspettare quell’attimo di condivisione sincera e trascinante che in effetti non arrivò mai. 
 
A riempire i nostri silenzi quel sabato pomeriggio arrivò Elia, armato di una giraffa di plastica. Era un bellissimo bambino e una sfumatura maliziosa nascosta nell'azzurro dei suoi occhi lasciava intendere che anche lui ne era consapevole. Da quando entrò in casa di Irene non  ci concesse un attimo di tregua; quando smise di rotolarsi sul pavimento iniziò a tirare la coda del gatto; appena decise di  lasciarlo in pace iniziò a saltare sui cuscini del divano. Ci tenne in pugno con le sue pagliacciate fino all’ora di cena. Per cercare di placarlo cercai di tenerlo fermo sulle ginocchia per un po’ e di insegnargli una filastrocca, una vecchia filastrocca di famiglia che mia madre usa ancora per tenere a bada i pargoli, almeno per qualche minuto. Si chiama “Queste son le manine” e durante la cantilena occorre roteare le mani aperte, gesto che inevitabilmente contagia il bambino che la ascolta.
Questo trucchetto bastò per tenere Elia fermo il tempo sufficiente a sua zia per truccarsi un po'. Dopo qualche minuto tornò sua madre a prenderlo ed io ed Irene andammo al cinema a vedere un film francese.
 
Dopo aver seppellito quel ricordo sotto la cenere per qualche anno incontrai di nuovo Elia mentre dormivo qualche notte fa. Quando mia moglie, il mattino seguente, mi sorprese con lo sguardo perso nel vuoto a rimuginarci su, decisi di raccontarle il sogno.
 
“ non è niente. ho soltanto fatto un sogno strano. Ho sognato un bambino che ho conosciuto qualche anno fa… Il nipote di Irene.” Inzuppai un biscotto nella tazza.
“ Beh… nell’ unico pomeriggio in cui ho dovuto aiutare Irene ad accudirlo gli ho insegnato una filastrocca. Hai presente quella delle manine che mia madre canta più o meno a tutti i bambini che incontra? ecco, quella lì.”
“ Nel sogno mi chiedeva di insegnargliela di nuovo ed io, in effetti, lo accontentavo. Ma non appena iniziavo a provarci Elia .. ehm.. si chiamava così.. ehm...mi rimproverava perché secondo lui stavo sbagliando le parole o muovevo male le mani per accompagnare la filastrocca. … e alla fine mi sono svegliato infinitamente frustrato dalle sue lamentele.”
“Chissà cosa vorrà dire, magari posso chiedere a mia sorella…”
“Mah.. prova a chiederglielo …e già che ci stai ricordale di restituirmi quel fumetto che le ho prestato...oramai è diventato un albo d’epoca.”
 
Mordicchiando l’ultimo biscotto rimasto nella busta, lasciando con cura la parte ricca di gocce di cioccolato come degna conclusione per la colazione di quella mattina, continuai a fissare il vuoto sentendomi un po’ in colpa.
Non amo mentire a mia moglie e le rarissime volte che lo faccio non riesco mai a vivere la menzogna con tranquillità. In effetti il finale del sogno non era proprio come glielo avevo raccontato.
 
All’ennesimo rimprovero immotivato di Elia, nel sogno, decisi di ucciderlo. Ed in effetti, mi svegliai soltanto dopo averlo affogato immergendo la sua testolina bionda in una vasca da bagno a forma di gatto. Ero tranquillo mentre lo uccidevo. E’ stato un omicidio meccanico, che ho commesso con la certezza che fosse un crimine inevitabile di cui prima o poi mi sarei dovuto macchiare. Ma la vergogna di questa inevitabilità è chiusa in un recinto in cui nemmeno mia moglie è autorizzata ad entrare.
 
Finii il mio biscotto e lavai via le croste di zucchero dalla mia tazza. Svuotai con cura la mia testa da quel sogno. Salii in macchina e misi in moto. Mi aspettava una lunga giornata di lavoro. Senza filastrocche.
 
Scritto da: cagomega3 alle ore 20:56 | link | commenti (2) | categoria: racconti
martedì, 18 marzo 2008
Quel giovedì pomeriggio
Non preoccuparti per il tuo quattro in Greco, Alice,capita a tutti prima o poi. Solo a tua madre certe cose non succedono, ma quelli come tua madre la sconfitta non la prendono nemmeno in considerazione. Non a caso è riuscita a trascinarmi all’altare.
 
Anche io,  nel primo quadrimestre del secondo anno di liceo classico, lessi quel temibile numero sulla pagella. Ma ti confesso che me l’ero meritato; in quei mesi il calcio aveva occupato la mia testa molto più di quanto avrebbe dovuto farlo la scuola, con ovvie conseguenze negative sul mio rendimento.
Il nonno, deluso ed alterato, decise che era il caso che prendessi delle lezioni private. Pur sapendo benissimo che avrei potuto recuperare da solo le insufficienze volle assicurarsi che per un paio di ore a settimana il mio cervello abbandonasse le forme sferiche per dedicarsi ai lirici greci. Era una sorta di punizione.
Dopo una telefonata con mia zia, che faceva la professoressa di matematica, il mio mastino assunse un’identità. Si chiamava Emma Mazzei.
Per i quattro mesi successivi, il mercoledì pomeriggio dalle sei alle otto, abbandonavo i pini di Monte Mario per andare con il 913 nel quartiere Prati, feudo indiscusso della colta borghesia romana. Lì la signorina Mazzei mi svelava settimanalmente i misteri del greco antico. Il peso di quelle due ore si rivelò molto più sopportabile di quanto avevo temuto. Durante il viaggio in autobus, lontano dalla marcatura del nonno,  trovavo anche il tempo per leggere il Corriere dello Sport..
 
Un giorno la signorina Mazzei telefonò a casa chiedendo di rimandare una delle lezioni al giovedì. Lo ricordo bene, quel pomeriggio. Il 913 era pieno di domestici filippini che andavano a godersi il loro giorno di riposo dividendosi tra i raduni di Piazza Mancini e il bowling di Viale Regina Margherita. Occuparono i posti a sedere con una rapidità impressionante e fui costretto a dedicarmi alle consuete letture sportive in piedi.
 
Sceso dall’autobus raggiunsi il solito portone al numero 44 e citofonai in leggero anticipo.
Salii le scale due a due e trovai, come sempre, donna Claudia Mazzei, madre settantenne del mio mastino, ad accogliermi con il suo sorriso in formalina. Mi fece sedere nell’anticamera perché sua figlia era impegnata con  la lezione precedente.
Avevo le narici piene dell’odore di canfora che impregnava l’aria di quella casa e per qualche secondo fermai lo sguardo sulla libreria in legno scuro, poi sul vaso in cristallo pieno di azalee di stoffa. Mi spinsi gli occhiali sul naso e donna Claudia arrivò con una tazzina di caffè tutta per me; sembrava aver ingoiato un registratore, quella signora. Articolando tra il naso ed il palato una stucchevole cantilena mi faceva sempre le stesse domande  “come stanno i tuoi?”, “A quando il prossimo compito in classe?”, “Un fidanzatina ce l’hai? Eh... vedrai, la troverai. Sei così un bel ragazzo!”. Una tortura ai limiti della sostenibilità, da cui mi rifugiavo ripensando alle ultime partite della Roma in campionato.
 
Si aprì la porta con le vetrate opache che dava sul salone, l’antro del mio mastino. Uscì una ragazza molto alta, un po’ tramortita dalle due ore di lezione. Guardai appena il suo zaino rosa, ma la voce della signorina Mazzei mi richiamò all’ordine convocandomi nel salone.  Mi accolse come sempre con il sorriso; il suo fascino maturo era compresso dalla troppa educazione e dalla gonna sotto al ginocchio, ma lo vedevo a volte spillare furtivamente dai suoi severi sguardi di rimprovero.
La ammansii con la versione che avevo fatto il giorno prima, un passo del Simposio di Platone. La lesse filtrata dagli occhiali a mezzaluna. Qualche errore veniale che correggemmo con la matita rossa, cavandocela in una mezz’ora.
Passammo poi al latino.
Avevamo imparato da poco a leggere in metrica studiando i carmina di Catullo e la signorina Mazzei mi dava una mano a prendere il ritmo. Mi ero sempre accorto che il tono della lezione cambiava quando dalla correzione delle versioni di greco passavamo a Catullo. La femminilità si rimpossessava del mio mastino che per pochi minuti, grazie a Catullo, abbassava le difese.
 
Il carmen del giorno era il XXI contraddistinto da un metro particolare, il trimetro giambico scazonte, nome foriero di grosse cretinerie  con i compagni di classe.
Quando iniziai a leggere la signorina Mazzei era un po’ irrigidita.
 
 
“ misèr catùlle dèsinàs inèptìre
Et quòd vidès perìsse pèrditùm dùcas  
Va bene professoressa?”
 
Nessuna risposta. Il mio mastino aveva gli occhi fissi sul libro e stringeva forte tra l’indice e il medio la matita bicolore. Cercai di sdrammatizzare:
“ Ho sbagliato il trimetro scazonte, prof.? Le ultime due sillabe sono un po’ truffaldine con quel cambio di ritmo… Mi scusi, riprovo subito..”
Ma mi accorsi che non si trattava di un errore di metrica e che probabilmente il mio mastino non mi stava proprio ascoltando.
 
Dopo qualche altro secondo sospeso tra il suo silenzio ed il mio imbarazzo, la signorina Mazzei pianse. Iniziò senza accorgersene per trovarsi costretta poco dopo, in balia dei suoi stessi singhiozzi, a schiacciare il viso contro le due pagine del libro di latino.
Completamente impietrito dalla violenza della sua esplosione emotiva provai a capire che cosa avesse potuto causarla. Mi sforzai per qualche secondo senza successo ed in effetti non lo seppi mai con esattezza; adesso immagino che la sua passione non consumata fosse marcita presto schiacciata dai soffitti alti delle case di Prati. Ma imparai questa lezione soltanto qualche anno dopo aver metabolizato il ritmo bizzarro del verso scazonte di Catullo. Optai incoscientemente per un rimedio a breve termine.
Mi costò fatica tendermi verso la signorina Mazzei, prenderle la mano e stringerla forte fingendomi l’unica persona che avrebbe potuto capirla. Le regalai per pochi minuti l’illusione di quel contatto umano vero e profondo che forse cercava, come se avessi potuto, dal basso dei miei diciassette anni, farmi carico di tutti i suoi pesi e delle di tutte le sue rinunce.
Le strinsi così forte la mano che dopo qualche attimo domò il suo pianto.
Alzò la testa e, per pochi secondi, i suoi occhi rossi e bagnati incrociarono i miei, nascosti dagli occhiali di celluloide. In quei pochi secondi tutto ciò che era fuori da quella stanza cessò di esistere.
 
“Scusa, Paolo, scusa… puoi continuare con Catullo..”
 
La lezione si trascinò per un’altra ora. Catullo oramai non era più nelle mie corde e mi incartai parecchio nella traduzione, ma il mastino non me lo fece pesare troppo. Ci congedammo con uno sguardo intenso. Avremmo dovuto dimenticare tutti e due quelle lacrime, non c’era bisogno di parlarne.
 
Uscii da quel portone un passo più lontano dalla mia infanzia e salii al volo sul 913. Quel giovedì durante il viaggio di ritorno non terminai la mia lettura del Corriere dello sport.
Il mio quattro, anche grazie alle bacchettate del mio mastino e alle lacrime di quel giovedì, si trasformò in un sette alla fine dell’anno.
Scritto da: cagomega3 alle ore 18:47 | link | commenti (1) | categoria: racconti
domenica, 02 marzo 2008
Come se fosse importante

Quando finalmente abbassai la cornetta diedi un’occhiata all’orologio bianco sulla parete. L’avevo comprato per l’ufficio perché mi ricordava l’America degli anni 50, quella dai denti sempre bianchi. Segnava le 21 e 47.

Con quella telefonata avevo concluso l’affare che avrebbe lanciato definitivamente la mia carriera dopo anni di gavetta nelle trattative commerciali. Domani l’amministratore delegato della più importante multinazionale farmaceutica italiana avrebbe firmato il contratto che lo vincolava ad utilizzare soltanto gli impianti di filtrazione prodotti dalla ditta per cui lavoravo. Si trattava di una azienda con 20-25 dipendenti per cui un affare del genere avrebbe portato almeno ad un raddoppio del fatturato. Come aver fatto tredici al totocalcio.

Chiusi a chiave la porta dell’ufficio con il cappotto sotto braccio. Pochi minuti di viaggio in motorino sul Lungotevere mi separavano da casa, dove lei mi stava aspettando ancora e probabilmente si era già addormentata sul divano. Decisi, però,  di fare due passi e magari di prendere una birra. Per festeggiare, diciamo.

L’aria tra l’aristocrazia noiosa degli attici sull’Aventino e i nuovi yuppies che animano i pub di Testaccio aveva l’odore del West quella sera. Due mondi opposti, Bisanzio e Babilonia, che si scambiavano un ghigno di sfida costretti dai misteri dell'urbanizzazione a condividere malvolentieri lo spazio vitale. Una convivenza che durerà poco, pensavo.

I miei passi mi portarono a Ponte Sublicio, verso Porta Portese; ferma al semaforo c'era una Clio rossa. La guidava una ragazza mora col vestito scollato ed il trucco pesante. Mi guardò senza gioia, con gli stessi occhi con cui avrebbe guardato un libro di storia. Probabilmente stava andando in discoteca. Mi era sfuggito che era venerdì.

Sul ponte mi fermai e poggiai i gomiti sulla barriera di marmo. Mi colpì la stanchezza del Tevere che cercava di scappare dalla città per andarsene finalmente al mare. Continuavo a ripensare all’efficacia del mio pressing martellante sul cliente. Continuavo a concentrarmi sull’affare come se fosse realmente importante per me. Mentre guardavo il fiume pensai che in 30 anni di vita non ero mai stato così disperato.

Scritto da: cagomega3 alle ore 13:50 | link | commenti (2) | categoria: racconti
sabato, 09 febbraio 2008
Camera 219

“ …ci deve essere stato un disguido perché non potrei mai sopportare di dover dormire qui dentro.

L’odore di detersivo a basso costo impregna ogni maiolica di questa camera e sta spingendo il mio olfatto al limite della sopportazione. Tutto sembra molto lucido qui, anche troppo.

Devono aver lavato i pavimenti da poco o forse stanno ancora finendo. In effetti una ragazza in bianco sta ancora armeggiando per la stanza. E’ lei che sta pulendo, è sicuro. Ha quarant’anni e un fisico minuto che esplode in una bocca piccina e carnosa. Non mi guarda perché probabilmente ha un marito pieno di capelli che l’aspetta a casa insieme a due bambini. Non mi va di parlarle. Aspetterò che abbia finito di rassettare prima di espormi con le lamentele direttamente alla reception.

E’ proprio incredibile come pretendano di farmi dormire in mezzo a questo casino. Dobbiamo essere vicini alle cucine perché sono curiosi i rumori che sento e non riesco ad identificarli con esattezza. Mi sfugge poi che senso abbia quel comodino luminoso che è accanto al mio letto; probabilmente l’ha ideato un qualche arredatore in crisi creativa. Non si può certo supplire alla carenza di gusto con qualche balenio di lucette, proprio no. Mala tempora.

E la signora anziana che dorme nel letto accanto al mio? Quando ho telefonato (quando?) non mi avevano assolutamente detto che avrei dovuto dividere la stanza con una brutta vecchiaccia! Le accennerò con educazione che deve sloggiare non appena  si sveglia…

Non capisco poi cosa ci faccia mia madre qui, ma poco male. Voglio dirle di portarmi via lagnandomi come quando le chiedevo il gelato. Sarà lei ad aggiustare tutto, come sempre. Stento a capire però perché i suoi occhi abbiano cominciato a bagnarsi non appena hanno incrociato i miei e perché abbia cominciato a gridare così forte. Vorrei dirle di stare calma ma proprio non riesco ad articolare la lingua. Devo aver bevuto una cioccolata troppo calda o qualcosa di simile. Che situazione irreale, probabilmente è un sogno e la sveglia suonerà tra poco….”

 

 

mi raccontarono qualche ora dopo che proprio in quel posto infernale, nella camera 219 del reparto rianimazione del San Filippo Neri, avevo dormito profondamente per due settimane di seguito.

Scritto da: cagomega3 alle ore 14:12 | link | commenti (1) | categoria: racconti